LA PRINCIPESSA SUL BIROCCIO

Non si può scegliere il luogo di nascita, né il periodo storico, neppure i genitori, però si può scegliere di osservare la propria vita da un altro punto di vista… Mia madre racconta una storia, la sua, nel periodo forse più bello di tutta la sua vita. 

C’erano una volta due giovani, un ragazzo e una ragazza. Li ho conosciuti e devo dire che furono due brave persone. Vivevano in campagna, presso un paese a circa trenta chilometri da Senigallia, Serra De’ Conti, fu qui che si conobbero. Era il 1936 e c’erano il re e Benito Mussolini al potere, nonché l’ombra lunga di una guerra mondiale che presto ne avrebbe generata un’altra. Da quando esistono gli esseri umani esistono i risentimenti, così pure i sentimenti. Non sempre essi sono sinceri, non sempre il sentimento racchiude in sé l’amore, ma si può affermare con una certa sicurezza che il bel Richelmo fu animato da un certo ardore quando decise di affiancare la bella Anita al termine della messa domenicale, alla quale partecipava unicamente perché voleva vederla e trovare finalmente il coraggio di parlarle. Anita aveva solo quindici anni, mentre Richelmo ne aveva ventuno. Oggi sarebbe giudicato riprovevole, pure se in fin dei conti accade di peggio!, ma allora no e la ragazzina sapeva che prima o poi quel giovane si sarebbe avvicinato, i suoi sguardi in chiesa erano stati così insistenti! Durante la passeggiata, quel giorno, le veniva da sorridere a pensare a quell’espressione intensa che le rivolgeva ogni volta che si fermava nei suoi occhi. Le sorelle e la madre non li avrebbero mai lasciati soli, però un minimo di conversazione vigilata le fu concessa. Che importa se erano contadini e non vestivano come i padroni delle terre che lavoravano? Immaginate la scena: Anita è una giovane aristocratica che esce sul sagrato seguita a vista da uno chaperon, che può essere sua madre, poiché il padre ha da discutere con gli uomini di ‘cose da uomini’ e Anita ha delle sorelle che a loro volta distribuiscono sorrisi agli spasimanti e non hanno tempo per badare alla signorina in fiore che ne ha già uno che palpita per lei. Eccolo che avanza, ha un sorriso sicuro e uno sguardo deciso. Lei è timida e abbassa gli occhi, ma in cuor suo scoppia di felicità. Potrebbero essere ovunque, in qualsiasi epoca e appartenere all’alta società come vivere nella tundra siberiana coperti di pellicce di bovini artici. E’ una scena senza tempo, senza una collocazione geografica, dove soprattutto il denaro non ha alcuna importanza.

Il fidanzamento durò tre anni e il 29 dicembre 1939 convolarono a nozze. Non me lo posso dimenticare perché conservo in casa un quadro benaugurante, in parte dipinto a mano, con tanto di sacra famiglia, Madonna e Gesù, che ricorda l’evento.

Anita lasciò così la sua di famiglia e andò a vivere con Richelmo nella grande casa del patriarca Marino, che l’accolse come una figlia. Marino era sposato a Caterina ed ebbero quattro maschi e due femmine. Al primogenito posero un nome da re, Enrico, e Enrico per onorare l’onere e l’onore che gli spettava si unì per la vita a Maria, un nome che nella storia fu assegnato a un sacco di donne, oltre alla madre di nostro Signore e a uno stuolo di teste coronate. Da essi nacquero Elio e Jolanda, poco regali, è vero, ma almeno il nome Jolanda evocava il fascino corsaro dei mari del sud. Dopo Enrico venne Riccardo, che sposò Virginia ed ebbe Attilio e Caterina e fin qua tutto bene. A mio padre fu dato l’insolito nome di Richelmo, che mai più nella mia vita mi è capitato di sentire. Richelmo prese Anita come moglie, che se non ci fosse stato Garibaldi chissà che nome avrebbe avuto. L’ultimo maschio fu battezzato Italo, che sposò Mariola e dalla loro unione nacque Marino, per onorare il patriarca che dimenticò presto i nomi altisonanti per lasciare spazio ad appellativi più modesti. Per esempio Richelmo. Lo chiamarono in quel modo, poveraccio, perché la levatrice scoppiò in lacrime quando lo vide venire al mondo e non perché fosse brutto, tutt’altro, quanto perché il frugoletto le ricordava il piccolo che le era morto di recente e al quale aveva posto il nome di Richelmo. Dunque ne esistevano… di Richelmo, intendo. Fatto sta che la nonna Caterina non solo si commosse ma mercanteggiò e non pagò la donna promettendole di chiamare quel bambino, che strillava come un ossesso, Ri-chel-mo. Roba da matti, direte voi. E invece io non ci vedo niente di strano. Era il 4 aprile 1915, era la domenica di Pasqua, la guerra era alle porte e la vita in campagna era dura quanto un tozzo di pane raffermo.

Insomma, Richelmo aveva tre fratelli e due sorelle. L’unione faceva la forza e sosteneva l’economia delle famiglie, che vivevano tutte assieme come una grande famiglia allargata, che non ha nulla a che vedere con quella che noi oggi intendiamo per ‘allargata’. Le donne, quando si sposavano, abbandonavano il tetto di nascita per seguire i mariti. In pratica il capofamiglia, il primogenito, ereditava la casa dei genitori e ci restava a vivere coi fratelli maschi, le mogli e i figli. Avete notato che nella nostra casa nacquero pochi marmocchi in fin dei conti? Già. In un’epoca in cui le famiglie mettevano al mondo diversi bambini, in quella casa di tredici finestre forse conobbero la contraccezione prima che se ne parlasse apertamente. Tutto qua.

Tredici finestre, dunque, come in un vero palazzo. Stanze per gli adulti e stanze per i principi e per le principesse, che dormivano insieme nell’ala riservata alle ragazze, sopra pagliericci fatti di foglie di granoturco intrecciate, che provocavano un fastidioso prurito. Invece no. Le principesse delle fiabe si addormentano sui fiori, giusto? O cercano di prendere sonno sopra una pila esagerata di materassi che poggiano su un legume verde di proporzioni ridicole? E noi sulle foglie del granoturco, come le protagoniste delle favole più belle.

Chi sono io? Io sono Dina Caterina, figlia di Richelmo Cappellini e di Anita Battistini. Caterina come la nonna e la zarina e Dina, boh? Piaceva a mamma.

Sono nata in inverno. Non era pieno inverno, la candelora era trascorsa da un po’, è che la primavera era in ritardo. Forse. Comunque fu colpa mia, che venni al mondo troppo presto. Le cose andarono in quest’ordine: nonna Caterina era malata di diabete e stava soffrendo. Poteva morire da un momento all’altro e scelse di spirare tra le braccia di Anita, incinta, all’ottavo mese. “Girami”, le chiese. Non era facile nelle sue condizioni di gravida spostare nel letto una moribonda un piuttosto grassa. Povera Caterina! Anita dovette sbiancare quanto un cencio passato nella candeggina, perché dopo soli quattro giorni dal decesso della suocera partorì. E non era ora.

Alle finestre pendevano stalattiti di ghiaccio, faceva un freddo cane, c’era la neve, accidenti! Sarei dovuta nascere in primavera, con le rondini e il pesco in fiore. Invece feci capolino il 28 febbraio 1941. Non avevo le unghie, pesavo un chilo e ottocento grammi e Richelmo… Dov’era Richelmo?! Era andato in paese, a Serra De’ Conti, col biroccio, a far visita a un amico da poco padre. Era nato Virgilio, ma pure sua figlia! Alle 17.30 era buio e lui era sulla strada del ritorno, ignaro di quanto era accaduto in casa sua. Sua e degli altri, di suo padre innanzitutto. Trovò il pandemonio e uno strano essere grinzoso e minuscolo che avevano posto in una scatola da scarpe e posizionato accanto al camino acceso. Circondato dall’ovatta. Niente di meglio per prendere fuoco o soffocare. Vediamo… Al tempo della guerra tutta la popolazione viveva in condizioni piuttosto disperate. C’era penuria di cibo e la paura attanagliava chi viveva nelle città, soggette a bombardamenti; chi apparteneva a una certa cerchia rischiava la deportazione… Nessuno se la passava egregiamente tutto sommato, tranne pochi, ma nessuno, nes-su-no, poteva dirsi tranquillo per i giorni a venire. A corte nacque prematura la principessa Dina Caterina e poiché non fu possibile sistemarla in un luogo più idoneo alla sua sopravvivenza, la deposero accanto al focolare affinché questo la scaldasse. Nel frattempo la puerpera sviluppò latte in abbondanza e non fu necessario ricorrere alla balia, anzi! Fu lei, Anita, a nutrire la cugina Caterina quando venne alla luce sei mesi più tardi.

Dina Caterina dimostrò fin da subito doti da leader e sconfessò l’amara profezia del nonno materno Augusto: “Tu, con questa, una donna non ce la fai”, disse alla figlia. Visto, invece? Quanta tenacia!

Alle principesse si fanno regali importanti quando vengono al mondo, ricordate le favole? Ebbene, la piccola ricevette 1.000 lire. Dallo stato. Dal fascismo, che prediligeva i maschi, com’era ovvio. I maschi ricevevano 1.500 lire. Richelmo pregò fino all’ultimo perché da quella pancia uscisse un pisellino. Già fantasticava coi fratelli sull’arrivo a contrada Farneto di un carretto siciliano pluridecorato, li avrebbero invidiati, i vicini. Ne avevano anche bisogno, certo. Ci volevano tutte quelle 1.500. Con 1.000 comprarono invece un biroccio nuovo. Serviva e non per vantarsene col vicinato.

La principessa sul biroccio. Che volete! Erano tempi grami e la carrozza un giorno o l’altro sarebbe arrivata, bastava non perdere la speranza. Più elegante del calesse col quale si spostava il padrone della terra, tale Baldoni. Più elegante, senza ombra di dubbio.

Le principesse Jolanda, la bella; Dina Caterina, la ribelle; e Caterina, la piccola, dormivano nella stessa stanza. La casa del patriarca era grande, aveva tredici finestre. Al piano superiore si accedeva tramite una scala che costeggiava la stalla e saliva, saliva… Uno scalone a gradoni bassi e larghi come quelli che si trovano nei palazzi oppure una scala decisamente stretta coi gradini alti, decidete voi.

In alto le camere degli sposi, dei monelli, la cucina dove imperava un camino maestoso e dove si muoveva a suo disagio la regina Maria. Maria era infatti una pessima cuoca. Menu fisso con Maria: polenta. Coi fagioli o con le patate, ma sempre polenta. Coniglio la domenica, porzioni scarse e qua magari non era tutta colpa sua. Non avevamo un uliveto, pertanto ci accontentavamo dello strutto e con esso le frittelle a Carnevale venivano buone, ma l’insalata, se non consumata alla velocità della luce, diventava immangiabile. Col poco che c’era dava il peggio di sé e inoltre era sporca, la sua cucina era sporca. Vabbè… C’era la legnaia al piano nobile, pure la legnaia, indispensabile. I fornelli in cucina erano alti e in muratura. E sporchi, come vi dicevo. Sarà, magari non era proprio così, ma è che me la ricordo in questo modo, la mite strega Maria in cucina coi suoi pentoloni, che se ci avesse cucinato brodo di ali di pipistrello, magari gli sarebbe riuscito decente.

L’acqua non usciva dai rubinetti, inesistenti, la si attingeva dal pozzo. La si trasportava al piano superiore tramite brocche. Facevamo il bagno in cucina, accanto al fuoco, l’elemento che mi diede la forza di vivere. Lo facevamo dentro un catino di latta in attesa di tempi migliori.

Inutile cercare interruttori quando calava la sera, non ne avreste trovati. Candele e lumi a petrolio, quelli sì. Sembra romantico spiegato così, in realtà erano bottiglie col petrolio dentro oppure ex flaconi di sciroppo riempiti di petrolio in cui veniva infilato uno stoppino. L’elettricità tardò a raggiungere le campagne, si dovette attendere il dopoguerra, il 1947. La installarono alle porte della contrada Farneto, nel luogo in cui sorgevano le scuole e un negozio. La chiesero a Baldoni, il quale fece orecchie da mercante. Riccardo e Richelmo si scaldarono, erano tutti e quattro degli attaccabrighe, ma i due ‘Erre’ in maniera evidente.

Una volta incendiarono una capanna in cui dei giovani s’erano riuniti per ballare e dividersi le attenzioni delle ragazze e i due furono respinti. Non doveva succedere. Se gli avessero permesso di entrare non sarebbe successo.

L’avrebbero dunque installato l’impianto elettrico, con o senza l’aiuto di Baldoni, e un giorno, quello della partenza definitiva dalla vita grama, l’avrebbero smantellato, così i Baldoni non ne avrebbero beneficiato. Enrico era vice sindaco all’epoca dei fatti, perché dunque infervorarsi tanto? C’era bisogno di minacciare il padrone? Beh, perché no? Lui avrebbe potuto pagare, tanto per cominciare. Comunque la ottennero, finalmente, e acquistarono una radio, marchio Geloso, per ascoltare il notiziario delle 20. Contrada Farneto si riuniva attorno al Geloso, posizionato in alto, in modo che fosse udibile da tutta l’assemblea. Si esigeva il silenzio assoluto. I monelli ridacchiavano e si scambiavano dispetti, ben consapevoli che sarebbero stati puniti per il loro comportamento inopportuno. “Zitti! Zitti!” Urlavano gli uomini e intanto la notizia era passata e nessuno l’aveva capita. Nelle ore precedenti e successive il notiziario il Geloso osservava un religioso silenzio e riprendeva a farsi sentire soltanto alle venti del giorno dopo.

Proseguendo nella visita della casa, vi faccio strada nelle camere degli sposi: letto matrimoniale alto e austero, comò, armadio e comodini pesanti e rigidi nel loro design.

Non essendo presente un solo gabinetto in casa, i bisogni notturni venivano espletati in un vaso. Trascorsa la nottata, i vasi andavano vuotati nel letamaio, ovviamente situato all’aperto. Il letamaio era prezioso, ne veniva il concime, eh! Ci portavamo anche gli ‘scarti’ prodotti dagli animali nella stalla. Era concime di prima qualità, garantito. La parte inutilizzata defluiva in una cisterna e da quelle parti era meglio tenere gli occhi bene aperti, sapete? Era il classico pozzo letale senza fondo, coperto solo da arbusti e foglie. Cascarci dentro avrebbe significato morte certa.

Quando durante il giorno ci scappava di andare in bagno correvamo nel gabinetto, che era dentro un capanno e non c’erano due porte, una per le signore e una per i signori, ne bastava una di porta per un buco coperto da una tavola di legno. Quando pioveva si riempiva d’acqua e il resto ve lo lascio immaginare.

Per fortuna che d’inverno a noi principesse e ai nostri cugini maschi ci permettevano di farla nella stalla, al calduccio. Se però c’era un toro sciolto… Perché a volte riuscivano a sciogliersi e minacciavano chi si presentava sulla soglia. Così gridavamo e gli uomini, il re e i suoi fratelli, intervenivano a bloccarlo perché i nobili sederini dovevano liberare sostanze il cui olezzo, se paragonato al consueto odore che galleggiava nella stalla, era una sinfonia di profumi primaverili. Per detergere il culetto usavamo alcune foglie, poi completavamo l’opera utilizzando dell’acqua precedentemente versata in un catino.

Se ripenso a tutto questo, rischio di non crederci io stessa d’averlo vissuto e digerito come quotidianità.

E quelle scale di casa… Poiché detestavo la brodaglia che la regina Maria ci versava nel piatto, finivo puntualmente sulle scale. Diciamo in punizione. A me quella broda faceva vomitare e non l’avrei mangiata neppure sotto tortura. Così la torturavo io: ne catturavo un po’ col cucchiaio, la sollevavo e la lasciavo ricadere nel piatto esangue. Al primo avvertimento non rispondevo e perseveravo. Il secondo avvertimento era un ceffone e allora piangevo e Anita, mamma, mi allontanava dalla tavola, tra il mormorio di disapprovazione generale, anche se so che qualcuno sotto sotto tifava per me, e mi lasciava col piatto sulle scale. Che dovevo fare? Finire la minestra o restare a stomaco vuoto. Era dura, ma quella schifezza era una vera porcheria e come tale era un insulto a una cucina povera eppure dignitosa quale doveva essere. Poteva fare di meglio se solo l’avesse voluto, se non avesse goduto di tanti privilegi poiché era la moglie del sovrano… La gustavano le galline, a loro piaceva. Io gliela lanciavo, a cucchiaiate, come una benedizione, l’acqua santa a Pasqua, e quelle se la pappavano, beate loro!

Le scale… Ci ho ruzzolato sopra in diverse occasioni e un po’ ci ho anche fatto apposta, perché avevo paura a scendere da sola in cantina a prendere il vino. Dovevo riempire un boccale e tornare di sopra, un’operazione semplice e veloce, ma nient’affatto indolore, perché morivo di terrore a scendere negli inferi. Così rischiando la rottura dell’osso del collo mi lasciavo andare per le scale, rotolavo fino a rompere… il boccale. E dopo averne spaccati qualche paio, decisero che era meglio lasciar perdere con me.

Dalle fessure sul pavimento ascendevano effluvi che sapevano di latrina, dalla stalla sottostante, e dagli spifferi sotto le porte e le finestre entrava il sibilo freddo del vento. Però vivevo in un palazzo che presentava una facciata ampia sulla quale si aprivano ben tredici finestre tredici. Una sorta di reggia in miniatura.

La cascina disponeva di venti ettari di terreno. Coltivavamo barbabietole e raccoglievamo sui quattrocentocinquanta quintali di grano e quattrocento quintali di uva verdicchio.

La trebbiatura durava due giorni e in termini di fatica era a dir poco estenuante, però la si viveva come una festa. Il padrone osservava l’andamento dei lavori dal paese. Munito di cannocchiale, ci spiava da una delle sue finestre e si interrogava sul perché niente pareva andare storto, eppure ci impiegavamo tanto tempo a concludere. Il fatto era che, vista l’iniqua spartizione dei beni, il re e i suoi fratelli facevano all’occorrenza un po’ di cresta sul raccolto. Oppure litigavano. Col padrone, s’intende, poiché l’esigua parte che gli spettava, il 47%, serviva anche per ingrassare gli animali. Le furibonde litigate e i bocconi amari costretti ad ingoiare si generavano per questo motivo, volendo a tutti i costi costringere il padrone a ribaltare questa percentuale taccagna. Baldoni era conosciuto per avere il braccio corto, ma in più d’un occasione si ritrovò madido di sudore per la paura. Non potendo ricorrere alla violenza spiccia, i quattro lo terrorizzavano in maniera indiretta. Gli davano appuntamento nella stalla, dove c’erano quei tori che si liberavano facilmente, ricordate? Ebbene, Baldoni non era uno sprovveduto e sapeva di non possedere una coscienza limpida, perciò prima di intavolare qualsiasi discussione si premuniva aprendo, spalancando, la porta sul retro della stalla, sgombrando la via in caso di pericolo. Per distrarre il sospettoso Baldoni, che borbottava alla luce di quanto gli appariva poco chiaro curiosando col cannocchiale, i fratelli preannunciavano una morte rapida e indolore, per scherzo ma sapevano essere piuttosto convincenti, al fattore inviato a controllare la pesa del grano dopo la battitura. In pratica l’unica cosa che doveva riferire era che le operazioni si erano svolte con regolarità e che nulla era stato sottratto oltre il concordato. Pure un eventuale secondo fattore veniva persuaso con la stessa tecnica. Funzionava sempre.

Sembrava uno di quei bei quadri dei macchiaioli: il padrone, il fattore e i macchinisti a trebbiatura conclusa si rilassavano all’ombra di un pergolato, mentre la mia famiglia stendeva a terra una tovaglia e si sdraiava sull’erba a godersi il tepore estivo mangiando oca, melanzane e pomodori arrosto. Noi bambini vivevamo l’evento come una vacanza e correvamo felici a riempire l’aria di gioia di esistere. Era perfetto e grazie al cielo sopravvive nel ricordo che non stinge e sfuma nell’arancio morbido di un tramonto sui campi irrorati dall’oro di giornate che non avevano prezzo.

Baldoni ci faceva avere quattro cartoni di carta paglia gialla. Non erano doni, per carità!, ma erano ugualmente delle meraviglie. All’interno di ciascun cartone si trovava un mucchietto informe e brulicante di vermetti neri del peso di un’oncia.

Terribile e schifoso, penserete, ma la magia richiede tempo e attenzione. E fede. Non era forse una bestia colui di cui Bella si innamorò? Il risultato fu che si ritrovò stretta tra le braccia di un fusto, altro che! Non era forse un principe il rospo che la principessa dovette baciare? Non era forse morta, ormai gelida, Biancaneve quando il principe azzurro la riportò in vita baciandole le labbra cianotiche? E chissà che alito Aurora dopo quel pisolino durato cento lunghi anni! Però ne valse la pena. La magia richiede preparazione e non improvvisazione. Gli inquietanti vermi scuri venivano sistemati dentro una stanza dalle pareti alte tre metri in cui era presente una curiosa struttura circolare, un telaio, con ripiani distanti l’uno dall’altro trenta o quaranta centimetri. Prima di chiudere la porta gli lasciavamo delle foglie di gelso di cui si sarebbero nutriti. In questo modo aumentavano di volume e si accingevano a scalare il telaio. Non essendo dotati di alcuna forma di intelligenza, seguivano una procedura ancestrale e mangiavano senza sosta arrivando persino a fare rumore. Curiosi, esserini davvero bizzarri, che diventavano bianchi. C’era chi volgeva in giallo e allora veniva prontamente scartato. La selezione della specie avveniva la mattina. Gli stuoini venivano ripuliti, perché i signorini ingordi facevano la cacca e chi si faceva trovare col vestito giallo veniva cacciato per sempre. Trascorsa una sorta di quarantena, ormai satolli, chi aveva superato il test giornaliero si chiudeva in un bozzolo ed esponeva il cartello ‘non disturbare’. A parte il cartello, per eseguire la complessa operazione di mummificazione, vomitavano il filo che autoproducevano all’interno del loro corpo e vi si avvolgevano fino a sparire alla vista. Restavano così attaccati agli steli del gelso, sospesi nell’aria e nel tempo in attesa di diventare di un bianco abbacinante, restando leggeri, quasi impalpabili, come se avessero obbedito a una dieta ferrea anziché essersi lasciati andare a un banchetto sfrenato. Erano pure artistici quei bozzoli e pure un po’ matematici, visto che assumevano la forma di 8, il numero magico, l’unico che sale verso il cielo e poi torna sulla terra. Infatti, prima che le pupe mutassero in farfalle, le donne li staccavano uno ad uno e li chiudevano al buio di sacchi e da quel momento in avanti non li avremmo più rivisti.

Diventavano seta, quei brutti anatroccoli con la passione per l’illusionismo, ed ecco spiegato il motivo per cui non li avremmo più rivisti: perché i tessuti che giravano per casa da noi erano meno nobili e più pruriginosi, ma tempo al tempo…

Vogliamo intanto spendere qualche parola sulle calzature? Parevamo tante olandesine: andavamo in giro in zoccoli di legno e dal mese di Aprile cominciavamo a preferire la nuda terra a diretto contatto con la pianta dei nostri piedi regali. Le calze di cotone erano così banali e perciò vestivamo la calda pecora! Ovviamente erano merce preziosa, pertanto le tutelavamo indossando solette lavorate ai ferri che contribuivano inoltre a tenere i piedi al riparo dai rigori invernali, in quanto lo zoccolo andrebbe usato quando fa caldo o dove fa caldo, non esattamente sulla neve. Erano modelli esclusivi ricoperti da un’elegante pellame di mucca e li si poteva indossare aperti o chiusi, a seconda della stagione.

Una volta al mese le donne facevano il bucato e Anita m’imponeva di cambiare la maglia intima. Sapete, la lana di pecora non è che sia davvero simpatica, ma dopo qualche giorno ci si faceva l’abitudine. Il problema era sostituirla con una fresca di bucato: agguerritissima e pronta ad irritarmi la pelle. All’ennesimo pianto riuscii ad aprire una breccia e penetrai a fondo nel suo cuore di mamma, così che ne acquistò di felpate e io gliene fui immensamente grata. La felpa di allora era disgraziata e si allentava, in compenso mi lasciava vivere e io gliene fui immensamente grata.

In casa avevamo un telaio, al quale si dilettavano le signore e tessevano abiti per i loro corpicini sformati dalla fatica e dalla miseria, ma pur sempre dignitosi. Gli abiti erano in regadì, così come lo leggete, che non so mica come si scrive, che se faccio un salto dentro la rete alla voce ‘regadì’ trovo ‘infezione anale’, bah! Anche gli uomini vestivano creazioni di sartoria locale: giacche e camicie tessute in casa. In previsione del nostro ingresso in società, per noi ragazze adolescenti avrebbero acquistato della stoffa di fustagno, un bel cotone grosso, più morbido e persino più caldo. Ma c’era da aspettare ancora un po’.

E’ una ruota che gira, gira… Le Baldoni avevano le gonne a campana, che facevano la ruota, e i Baldoni indossavano un elegante cappello e il bastone, che faceva chic e non decrepito. Però le Baldoni dovevano essere assai brutte se nessuno se le prese in moglie. Invece noi eravamo belli, perché come soleva ripetere Richelmo, col giornale della domenica tra le mani: ‘C’è la razza, carini miei!’

Il bucato si faceva una volta al mese. L’evento si svolgeva all’interno di una capanna, pare che stia parlando di un villaggio africano poiché vi sono capanne e capanni ovunque!, ed aveva in sé qualcosa di magico, proprio come nella trasformazione dei brutti e viscidi bruchi neri in esseri eterei e lucenti.

Ogni donna lavava i propri bianchi dentro un secchio e intanto l’acqua si scaldava dentro una caldaia cilindrica, di lamiera, alta quanto una persona. Stava su un treppiede e sotto di esso bruciavano alcune fascine, così il fuoco prendeva vita e scaldava l’acqua. Ultima non ultima c’era una tinozza capiente in cui stipavano i panni dopo essere stati a mollo nei secchi. Così pressati venivano coperti da un telo robusto, il quale veniva a sua volta cosparso di cenere che brillava come metallo prezioso ridotto in polvere. Infine ci versavano sopra l’acqua ormai bollente. A poco a poco l’acqua iniziava a filtrare e a defluire. Trapassava i panni lentamente, ci voleva una notte intera prima che la magia facesse il suo effetto: il mattino seguente erano bianchi come la neve e profumati come la primavera.

I panni colorati e quelli un po’ lisi non ci stavano ad essere trattati con minore rispetto. Purtroppo per essi le loro lamentele rimasero inascoltate e continuarono ad essere puliti con l’acqua di scarto che durante la notte scolava dentro un altro recipiente.

Bellissime e sprezzanti, le lenzuola si vantavano all’aria fresca e sotto il sole, stese ad asciugare su fili di ferro quasi invisibili, tanto quella bellezza toglieva loro la scena. Dovettero sembrare davvero irresistibili una notte, perché la mattina seguente Anita si accorse con sgomento che i fili erano deserti: le lenzuola li avevano abbandonati. E non era stato il vento.

Nel 1944 venne ufficialmente inaugurato un rifugio ipogeo dove trovare riparo durante le, aihmé!, frequenti incursioni aeree nemiche con conseguente sgancio di bombe sul paese.

Il patriarca Marino non ci raggiunse mai sotto terra. Se ne stava beato, o almeno lo lasciava credere, sulla porta della cantina, col bicchiere in mano, pieno. “Io la morte del topo non la voglio fare”, ci diceva mentre di corsa di precipitavamo di sotto e gli aerei da combattimento sfioravano il tetto della casa dalle tredici finestre. Noi lo chiamavamo, lui ci ignorava, così smettevamo di chiamarlo, lui beveva e intanto passava la paura.

A noi non ci ha mai sfrattato nessuno, ai Baldoni sì. Quella bella casa si poteva razziare, pensarono, e i tedeschi non ci badarono troppo a sfondare la porta e a portarsi via tutto quello che riuscirono a trafugare. Intanto gli occupanti di quella splendida casa fuggirono col calesse trainato da una bella cavalla. Era la prima volta che io e le principesse mie cugine entravamo là dentro. Certo potevamo scegliere un momento più tranquillo, ma la curiosità superò il terrore. I tedeschi se n’erano andati e la porta era aperta. Entrammo con circospezione e finimmo col divertirci un mondo. Alle pareti avevano dei quadri enormi inscritti in cornici superbe. I letti erano favolosi. C’era pure una stanza col divano, le poltrone e tavoli per trascorrere il tempo superfluo, incredibile che ne avessero! Da noi c’era sempre un gran daffare dalle prime luci dell’alba fino a notte fonda, roba da matti! Per fare la cacca non dovevano uscire all’aperto e affrontare i liquami cannibali, perché il gabinetto era in casa e funzionava in una maniera che lì per lì ci lasciò senza fiato per lo stupore. Avevano una deliziosa vasca coi piedini! E poi, meraviglia delle meraviglie, una stanza con degli strani grappoli appesi a fili forse di ferro. Non era uva, ma l’odore era buono. Erano frutti morbidi, piccoli, rugosi e scuri. Poiché il profumo era invitante e rassicurante, cominciammo a staccarli dal grappolo, piano… fino a farne una scorpacciata. Erano squisiti e solo dopo qualche ora si fecero sentire nello stomaco, ahi! Avevamo mangiato l’uva sultanina, cibo delle mille e una notte, una prelibatezza che i Baldoni non ci avrebbero mai offerto, ne eravamo più che sicure.

Infine scoprimmo i danni reali che fece il nemico in quella casa di tirchi. Possedevano una ricca cantina, botti da ventinove quintali l’una e le avevano svuotate tutte. Di certo avevano bevuto, poi avevano liberato il nettare degli dei sul prato: avevano rovesciato le botti e il nostro vino era corso giù per il pendio. Incuranti del pericolo, i vicini che se ne accorsero, cercarono di salvare il salvabile imprigionandolo in dame e bottiglie. D’altronde quei miserabili in divisa erano ubriachi e i temerari vicini dei Baldoni riuscirono a trarne in salvo una misera parte, meglio di niente.

La guerra ebbe il suo epilogo quando festosi passarono gli inglesi, gli americani, gli indiani segugi che dovevano fiutare le mine rimaste inesplose e renderle inoffensive. E i polacchi. Un soldato polacco non resistette alla tentazione di prendermi in braccio. Oop! Ero in alto e davanti a me c’era un ragazzo che mi sorrideva e diceva parole incomprensibili. Comprensibile perciò che scoppiai a piangere rivolgendomi a mamma, che era a dir poco paralizzata dallo spavento. Invece il soldato riuscì a spiegarle, grazie a una fotografia, che a casa sua l’aspettava una bimbetta che doveva avere all’incirca la mia età.

Io e le altre tornammo a trovare i Baldoni nel loro palazzo rimesso a nuovo, in cui però si respirava un’aria di vecchio, di stantio. Aleggiava infelicità, traspariva malinconia, era meglio quando non c’era nessuno. Portavamo panieri di verdure, come le contadinelle dei romanzi dell’ottocento e le due sorelle nubili ci offrivano caramelle. Mai si parlò dell’uva esotica, mai.

Forse mancavano i bambini là dentro. Oltre a quelle due zitelle, il padrone non aveva preso moglie e neppure il fratello avvocato.

Sono stata un’alunna diligente e i miei erano orgogliosi dei progressi scolastici. Per i primi tre anni mi sono allontanata poco da casa, la scuola era nella contrada Farneto, ma i successivi due anni delle elementari li ho dovuti frequentare a Montecarotto, a due chilometri di distanza. Or dunque, non essendo disponibile il biroccio per gli spostamenti casa-scuola-casa, avevamo dei piedi fidati che ci portavano avanti e indietro come soldatini. Qualche volta mi piaceva rammentare a me stessa che nelle mie vene scorreva sangue blu, perciò fingevo di avere dolore alle gambe e pregavo la mia amichetta Jolanda, che si chiamava come l’infanta di casa nostra cioè la figlia femmina del regnante, di avvisare Richelmo affinché mi venisse a recuperare in bicicletta. Ah, che sollievo essere portata a casa sulla canna della bici dal babbo.

“Vi ringrazio, babbo, non dovevate…”

“Poche storie, dai, salta su.”

Si doveva dare del VOI ai genitori, mica scherzi! Comunque al mio babbino ho voluto un gran bene. Anche a mammà, come scordarlo?

Poiché ero una scolara promettente, strappai loro la promessa di farmi proseguire negli studi. Ero fuori di me dalla felicità. Purtroppo l’impossibilità, che nascondeva l’incapacità di quei due zucconi degli eredi al trono, di far proseguire i delfini frenò tutto il resto della truppa. Bisognava architettare un colpo di stato, ma erano tempi ancora immaturi, la separazione dei fratelli non era in previsione. Comunque a scuola ho trascorso un buon periodo. Ricordo suor madre Elena Ceccacci e il maestro Diego Terzoni. La prima mi diede da pensare, il secondo da studiare a fondo perimetri e aree delle figure geometriche. Se difettavo un po’ in qualcosa, quella era la matematica, la geometria. Il paziente maestro mi preparò uno schema di una precisione assurda che tuttora conservo gelosamente. Dicevo che la suora mi diede da pensare: la carriera ecclesiastica poteva rappresentare una via di fuga, la maniera per affrancarsi dalla povertà in cui sopravvivevo, la possibilità concreta di studiare. Una domenica, rincasando dalla messa, ebbi la sfortunata idea di confidare il mio progetto all’amica Jolanda. L’incolpevole bambina lo raccontò alla madre. La stronza lo riferì ad Anita, che era assai intelligente e affatto disposta a dare soddisfazione alle pettegole. “Farà ciò che si sentirà di fare”, le rispose, asciutta. Quando però fummo sole non perse tempo a stordirmi con un ceffone che se ci ripenso continua a bruciarmi sulla guancia. “La tua maestra, – urlava, furiosa, – ha preso i voti a venticinque anni quando ormai non la voleva più nessuno, dopo che ne aveva combinate più di Carlo in Francia!”

Visto? Ve lo dicevo che discendiamo da una casata nobile: Anita conosceva ‘Carlo’, capito?

Mi stavo cambiando, ero in maglia, mutande e scalza e allibita da quella furia che m’aveva investito. Urgeva una soluzione rapida e incosciente. Uscii all’aperto, così come mi trovavo e fuori non era estate: l’aia era ghiacciata, l’aria scolpiva, l’erba sotto i piedi nudi crepitava da quanto era rigida e io correvo tutto intorno a casa nel tentativo di sfuggire alle ire materne. Deve aver temuto una polmonite e un conseguente salasso economico e pietà, perciò mi richiamò in casa. Mercanteggiai per la mia incolumità: domandai che non mi fosse torto un capello altrimenti sarei morta congelata. Accettò e avrei dovuto capirlo che c’era sotto qualcosa, era stata fin troppo arrendevole. Era così freddo che non ero più in me e desideravo solo correre accanto al focolare. Nel passarle davanti, sulla porta di casa, allungò le mani e strinse forte, tirò fortissimo. Avevo i capelli molto lunghi e sentii un gran dolore.

Non sapevo andare in bicicletta e non so andare in bicicletta, non è nelle mie corde fare sport. Tanto per darvi un’idea di quanto fossi impedita sulle due ruote, vi racconto di quando mi davano un uovo e mi consegnavano la bici per recarmi in paese a scambiarlo con: un sacchetto di sale oppure tre o quattro sigarette oppure una scatola dei fiammiferi di legno. Il valore dell’uovo era di 18 lire. Spesso cadevo dalla bici perché sulla via del ritorno incontravo una curva che non sapevo affrontare. Una volta mi si ruppero le sigarette, ma ci pensate? Per cercare di passarla liscia, feci una faccia stupita e dissi che m’avevano ingannata, che s’erano approfittati di una monella rifilandomi delle sigarette spezzate.

Ero talmente secca che se il vento avesse soffiato come a Trieste, io sarei volata via.

Tornavo da scuola da sola, a volte. E pioveva, a volte. Faceva freddo, pure, e io cantavo. Rabbrividivo, piangevo e cantavo motivi allegri per accorciare la via casa-scuola-casa. Se vi ho commosso, vi prego, ditelo.

Ma non ero debole, né angioletto: ero dispettosa. Presi di mira un ragazzetto col naso pronunciato che, per sua disdetta, dalla finestra della sua stanza vedeva le tombe del cimitero di Montecarotto. Io e Jolanda, l’amica, istigata da me, lo canzonavamo: “Alla larga, alla stretta, Pinocchio in bicicletta.” Con tanto di teatrino. Gli veniva la faccia viola dalla rabbia e ci rincorreva. Un giorno per poco non m’acchiappò, ma fui lesta a sparire dentro un corteo funebre. Fu come entrare in una chiesa, ero intoccabile. Ma arrivò l’inverno e mi sorprese con una palla di neve ben assemblata, una palla di cannone sparata con soddisfazione, che mi centrò una tempia e mi sembrò di morire.

Finita la mattinata a scuola mi attendevano doveri domestici. Nello specifico dovevo occuparmi di un gregge di pecore e di quattro maiali neri. Dovendo descrivere in che maniera trascorrevo il pomeriggio, non avendo tè e biscotti, i miei scritti raccontavano sempre la stessa cosa e i soggetti delle mie storie eravamo noi: io e le pecore e qualche volta aggiungevo i maiali. Avevamo conigli, galli e galline, gatti, un cane e circa venticinque bovini nella stalla, divisi da un corridoio: da una parte le signore, dall’altra i gentiluomini coi ragazzini. La stalla diventava una stanza incredibile piena di personaggi e di storie fantasiose e divertenti. Richelmo ci sedeva sulle ginocchia, me e Caterina, e raccontava…

Un uomo domandò con cortesia all’altezzoso signore che camminava sicuro e spedito: “Buongiorno, siete il sindaco di Rosora?” Il buonuomo si tolse il cappello a mo’ di saluto riverente. “Per Dio!” Esclamò quel villano del sindaco. “Mi mettereste una firma qua sopra?” Indicò un foglio. “Per le Madonne!” Proseguì lo zoticone…

Bastava poco a farci sbellicare dalle risate.

Il valletto del Papa si appresta a varcare la soglia della camera da letto del Pontefice, come tutte le mattine gli porta il giornale.

Buon giorno, Santità. E’ le sette e è tempo bono.

Io lo so e Dio lo sa. Risponde il santo Padre.

Il giorno seguente la scena si ripete:

Buon giorno, Santità. E’ le sette e è tempo bono.

Io lo so e Dio lo sa.

Si ripete e si ripete per giorni e giorni, finché:

Buon giorno, Santità. E’ le sette e è tempo bono.

Io lo so e Dio lo sa.

Sai un pezzo de cazzo. Risponde acido il valletto. E’ le nove e fori piove!

 

C’erano tre fratelli, il più piccolo si chiamava Cotechino. Al cadetto spettava sempre meno nella divisione dei beni.

Il padre. Per il grano facciamo così: il maggiore prende sopra, te in mezzo e Cotechino in basso. Così facendo il maggiore riempiva il granaio, il mezzano racimolava poco e Cotechino qualche chicco sfuggito. Per le patate Cotechino propose di fare sempre allo stesso modo, così lui avrebbe preso di più. Va bene, ma in linea di massima lui era comunque svantaggiato. Prese moglie e un giorno la poveretta si ammalò, le doleva la pancia. Il dottore propose di farglielo passare coi coppi caldi. Cotechino approfittò di una bella giornata di sole per divellere alcuni coppi dal tetto e farli cadere direttamente sulla pancia della sventurata, che morì. Disperato, Cotechino andò in chiesa e la sistemò su una panca, in ginocchio, nell’atto di pregare. Chiamò il sacerdote e gli disse che sua moglie intendeva confessarsi. Da quanto tempo non ve confessate più? La donna non rispondeva e il curato perse dopo un po’ la pazienza, la scosse leggermente, quanto bastò per farla cadere a terra. M’hai ammazzato mi moie, m’hai ammazzato mi moie! Zitto, zitto! Te do la serva mia, che è giovane e bella. Cotechino tornò a casa con la fanciulla e i fratelli schiattarono d’invidia. Com’hai fatto? Le loro mogli erano dei cessi. Eh! So’ andato in piazza e me so’ messo a urlà: chi vole scambià i morti coi vivi? Chi vole scambià i morti coi vivi? Detto, fatto. Allettati dalla prospettiva di avere finalmente una moglie migliore, uccisero le consorti e in piazza vennero arrestati prontamente. Usciti di prigione, tornarono a casa. Cotechino s’era goduto un po’ di benessere, non fu accusato dai fratelli di raggiro, non avevano capito, erano delle persone semplici, ma si tornò alle vecchie divisioni. Col miele a Cotechino spettò poco e lui pose sul fondo uno strato di letame, in modo da far salire il livello e lo portò trionfante in paese. Chi vole miele e mè? Chi vole miele e mè? Non fecero caso alla domanda, lo comprarono e basta. Come hai fatto a fare tanto con poco miele? Gli raccontò dello stratagemma e stavolta non mentì, ma gli raccomandò di urlare: chi vole miele e merda?

Arrestati. Una volta fuori, decisero di disfarsi di Cotechino una volta per tutte, stavolta gli era tutto chiaro.

Lo legarono mani e piedi e lo infilarono in un sacco insieme ad una grossa pietra. Durante il tragitto ebbero sete e si fermarono a bere a un’osteria. Deposero il sacco fuori della porta. Dalla trama del sacco Cotechino scorse un pastorello e cominciò a lamentarsi: me voiono portà a sposà la fiia del re, ma io no la voio, me voiono portà a sposà la fiia del re, ma io no la voio. All’udire questi lai, il mite pastore disse che lui sì, lui l’avrebbe sposata volentieri e quindi avvenne lo scambio di persona nel sacco. I fratelli affogarono quindi quella sbagliata. Mentre stava per scomparire tra i flutti, udirono il sacco gridare: è questa la fiia del re? Io no la voio! Che stupido! Si dissero i fratelli. Pensava di sposare la fiia del re! A casa li attendeva la bella moglie di Cotechino, finalmente sarebbe stata al loro servizio. Una mattina uno dei due da una finestra scorse in lontananza una figura accompagnata da pecore e maiali. E’ Cotechino! E’ Cotechino! Gridò. Lo raggiunsero. Com’hai fatto a salvarti? Invece di inveire, gli raccontò la storia più inverosimile del mondo: vi ricordate tutte quelle onde che facevo mentre andavo giù? Bene, quelli erano tutti pecore e porci. La bevettero e ne bevettero molta di acqua, perché si gettarono nel fiume legati a due belle pietre e non riemersero più.

 

Piove e c’è el sole, la Madonna coie un fiore, lo coie per Gesù, e domani non piove più.

 

Trampolino tonante mi chiamo e il mio nome nessuno lo sa, Trampolino tonante mi chiamo e il mio nome mai nessun scoprirà…

Sta sti stacciola, buttala giù de fora, mamma non ce sta, è andata a fa lo pa’, lo palì palomba, lisabetta longa, longa longaia che arriva a senigaia, senigaia d’argento, che pesa quattrocento, quattrocentocinquanta, la gallina canta, canta galletto, fa l’ovo pé sto bimbetto, le galline giù pé le scale, che sonavano le campane.

… “Anitaa, vieni a prende ‘sta figlia e pure quest’altra, che si sono addormentate!”

 

Dei fantastici quattro, solo Richelmo non fu richiamato per la guerra, perché era il terzo maschio.

Enrico fu carabiniere a Monteporzio.

Riccardo fece sette anni in Africa, mica in Tibet come quel tipo; contrasse malattie e assistette a episodi feroci, laceranti, inimmaginabili pure quando ce li continuò a raccontare per anni, decenni, noi non potevamo capire, solo leggere la sofferenza inestinguibile che traspariva dai suoi occhi.

Italo fu spedito in Libia e disertò. Tornò in Italia passando dalla ex Jugoslavia, sbarcò a Taranto e ritrovò la via di casa. Ma i suoi guai non terminarono con la guerra, ai disertori non venne data tregua. E venivano a cercarlo a casa e lui saltava la finestra e spariva nei campi. Avrebbe trovato la quiete soltanto dopo anni.

La vita era dura, lo fu di più e iniziarono a dirsi addio.

Però mi piace ricordare quando eravamo ancora tutti insieme e ci volevamo bene.

Era in arrivo un temporale, lo si percepiva, lo si annusava. Sull’aia il granoturco era già stato separato dalle foglie e sarebbe bastato coprirlo, invece ci fu una scintilla e non generata dall’elettricità che si andava formando, ma da una stupidaggine che dev’essere stata pronunciata da qualcuno. Avevano pale nuove, fiammanti, e borbottando spalavano e lo facevano con rabbia, quasi a voler dimostrare agli altri chi era il più capace a radunare più in fretta il granoturco.

Siamo quasi alla fine… perché vorrei concludere con un sorriso ampio e per niente amaro…

Il fidanzato di una ragazza, nostra vicina di casa, partì per il servizio militare e dalla caserma inviò una sua foto che lo ritraeva veramente bene. Il fratello della ragazza, soddisfatto, intendeva ricambiare ma sfortunatamente non disponeva di foto della sorella. Come fare? Aveva soltanto una sua foto e quella gli mandò. “Fotografia va a fotografia e io questa avevo”, andava dicendo senza accorgersi che faceva ridere tutti. Il nome del tizio era Ermenegildo e suonava alle feste del raccolto. Con la fisarmonica cantava, pure: “Mirella, Mirella, quanto sei bella, mi duole ‘sto dente, la parte sinistra, nemmeno il dentista lo può cavar… Ninì, Ninì…”

Bei tempi!

Dina Caterina Cappellini,

un bacio.

 

 

 

 

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