La nave ammiraglia SPLENDIDA della flotta MSC ha numeri da capogiro.

Com’è da capogiro starsene ai suoi piedi, alzare lo sguardo e osservarla nella sua immensità. La crociera non è la vacanza ideale se ci si vuole rilassare ed esplorare con calma. E’ una vacanza veloce e spensierata, è un sogno, è splendida splendente, come direbbe Donatella.

Ma andiamo per ordine.

La partenza.

E’ domenica 7 Agosto 2011 e il cielo è fosco fino a Genova. La stazione di Piazza Principe risale alla seconda metà del XIX secolo e se fosse tenuta meglio sarebbe un gioiello. Genova è la città della lanterna, la lanterna del faro del porto. E’ la città che ha dato i natali a  Cristoforo Colombo ed è la città dei genovesi, notoriamente i più tirchi dello stivale, infatti una corsa in taxi dalla stazione all’imbarco, un tratto ridicolo di strada, costa ben 17 euro la domenica.

Mamma è lo sponsor della nostra crociera. Voleva farne una, ma non voleva partire da sola…

L’accoglienza è veloce e in un attimo siamo nella nostra camera al ponte 10 (Botticelli): una suite, a prua. Uao! E’ bellissima! Mamma dormirà nel salotto, il divano nasconde un confortevole letto, e noi dormiremo nella matrimoniale che si affaccia sul mare! La notte la luna piena rischiarerà la sua superficie e la mattina sarà il sole che vi brilla a svegliarci! Che meraviglia! Ancora non ce ne rendiamo conto, eppure siamo già tutti e tre euforici.

Poco dopo io e Vito partecipiamo all’esercitazione di emergenza, anche se sapevamo di cosa si tratta, perché siamo alla seconda crociera. Esploriamo rapidamente i ponti 6 e 7 dove si trovano la maggior parte dei bar, i negozi, il teatro, il casino e i ristoranti.

Ci è interdetto l’accesso alla città proibita, dove si ritrovano coloro che hanno sborsato una fortuna per avere persino un maggiordomo. Frequentano zone riservate; sono attorno a noi e non li percepiamo; sfruttano passaggi segreti come accade nei più foschi romanzi intricati. La nostra suite fa parte dello Yacht Club, è vero, ma non usufruiamo dei benefici concessi in esclusiva ai privilegiati e chissenefrega.

La zona piscine è molto vasta e può permettersi un’area dedicata a coloro che amano la confusione. Qui operano gli animatori e scorrazzano i bambini. Poi ci sono: una piscina coperta, varie Jacuzzi e un paio di bar; sul tetto della nave vi sono delle strutture tondeggianti in rattan in cui infilarsi; oppure a poppa c’è l’area zen vietata ai minori, così si può stare in santa pace. Nei ponti in alto ci sono anche due caffetterie, la SPA, la palestra, la discoteca e altri divertimenti.

Gli spazi comuni sono innumerevoli, per tutti i gusti e tutte le età. Ci sono scale in Swarovski, ascensori panoramici, orchestre ovunque. Gli artisti che si esibiscono qua dentro sono di buon livello, alcuni sono eccezionali, e il teatro ogni sera ci conferma quanto sapevamo già. Gli spettacoli da soli potrebbero valere l’intera vacanza tanto sono carichi di magia.

Notiamo invece, nei vari giorni, un calo nella professionalità da parte degli addetti ai lavori. Sono squisitamente disponibili, per carità!, ma non dispongono di sufficiente preparazione. Supponiamo perciò che debba esserci un frequente ricambio di personale, per cui di personale ben addestrato ne resta poco. La maggior parte proviene da culture diverse dalla nostra e certe difficoltà sono comprensibili. Rispetto alla precedente crociera ho dovuto più volte ricorrere all’inglese o allo spagnolo per farmi capire. Non che mi sia dispiaciuto, ma eravamo ospiti di una nave italiana e mi veniva spontaneo esprimermi nella mia lingua. Il personale è comunque da elogiare per gli sforzi che compie. Mi chiedo però chi sorvegli la cucina, cioè chi sono gli chef? Ce n’è più d’uno, ovvio, ma un responsabile esiste? Ora, dicevo, eravamo su una nave italiana che la sera proponeva piatti della tradizione patria ispirati a questa o a quella città. I saltimbocca alla romana sono involtini e non fettine. La tagliata, qualcuno mi corregga, non era una tagliata, era un arrosto col suo sugo. Onore ai piatti, comunque, non mi sogno neanche di lamentarmene.

Per concludere con le cose così così, un paio di ragazze del dipartimento escursioni mi hanno risposto un po’ di traverso e io, che sono stata una guida turistica e so come ci si comporta, non ho per niente gradito. Hip hip hurrà invece per l’addetto alla nostra camera, l’indonesiano Machfud, che è stato un vero tesoro e lo abbiamo segnalato nel comment form.

Pur abitando nei quartieri alti, lo spiegavo, non possiamo salire alle stanze imperiali, perciò scendiamo al ristorante Villa Verde, per la cena. Per colazione e pranzo preferiamo le caffetterie Bora Bora e Pago Pago, sono più divertenti e informali, basta trovare un angolino defilato. Al Villa Verde sediamo al tavolo 966, per sei persone, al secondo turno, come richiesto. La famiglia che incontriamo condividerà con noi una sola serata, poiché desiderano passare al primo turno. Dopo cena mamma si ritira nel suo appartamento e noi tiriamo tardi in qualche bar a bere un vino e ad ascoltare qualcuno che suona o che canta o che fa entrambe le cose e alla fine della giostra dormiamo intorno alle cinque ore per notte.

Vedi NAPOLI e poi… prosegui.

Napoli la conosciamo già, pertanto non scendiamo e ci godiamo quelle ore di silenzio senza i suoi rumorosi rappresentanti che sbarcano e altrettanti che non sono ancora saliti a bordo. Non siamo affatto razzisti, personalmente Napoli mi piace nonostante la ‘monnezza’, e trovo che i napoletani siano esemplari umani unici, ma preferisco la quiete alla tempesta. Andiamo alla SPA a farci massaggiare dalle manine esperte e vigorose delle balinesi.

La sera a cena, la sorpresa: una nuova famiglia. E’ avvenuto uno scambio e facciamo amicizia con una coppia e il loro figlio. Si sono trasferiti in Inghilterra diversi anni fa e sono originari di Roma. Vivono nei pressi di Greenwich e a casa hanno lasciato una figlia e un piccolo esercito di simpatici animaletti. Abitano una grande casa e hanno affrontato una serie di difficoltà, a oggi superate. Discutere con loro rende i nostri momenti conviviali particolarmente interessanti, tanto che a fine pasto siamo quasi sempre gli ultimi ad abbandonare la sala ristorante.

Mamma, li Turchi!!! PALERMO, a un passo dall’Africa.

Palermo è in mezzo al mare, è un crocevia per il quale sono passati tutti i popoli del Mediterraneo, gli immancabili romani compresi.

Sbarchiamo ‘fai da te’, perché mamma non c’è mai stata e noi siamo freschi di una gita che risale appena all’anno scorso. Consapevoli che lei fatica a starci appresso, compriamo un giro in autobus che consente un tour del centro storico e la possibilità di scendere e risalire in punti prestabiliti. Sembra un’ottima soluzione, purtroppo però è il giorno sbagliato per girare in autobus: c’è lo sciopero dei conducenti dei mezzi pubblici e la notizia si diffonde indolente come la giornata che si scioglie in un caldo bollito che potrebbe estirparci qualsiasi sentimento, se non che alla fine ci rimborsano il biglietto e saliamo su una carrozza trainata da un bel cavallo nero e condotta da un tizio che snocciola qualche informazione qua e là, ci concede cinque minuti per le foto alla Cattedrale e si inoltra per una via curiosa che non avevo visto l’anno passato, una via stretta nella quale vi sono botteghe d’altri tempi, dove si praticano mestieri non proprio dimenticati, ma che di norma vengono ormai svolti in maniera più tecnologica. Ci indica il teatro dove il sosia di Johnny Stecchino difendeva a spada tratta la sua Maria e chiedeva a gran voce quanto costano le banane a Palermo.

La serata è di gala, il freddo che spira negli ambienti interni è polare.

La notte sto male… Il vento fischia, le onde mi sconquassano, poi passa…

TUNISI, la città celeste.

Abbiamo comprato un’escursione che ci porterà alla scoperta del souk all’interno della Medina e sul suolo di Cartagine.

La nostra guida è berbera, ha un nome impossibile, perciò ci permette di chiamarlo Fabio. Ci passa anche il suo numero di cellulare, perché non vuole rischiare di perderci. Il mare è di un verde intenso e la luce ci trafigge: sono in Africa per la prima volta e anche i componenti della cabina 10008.

Mentre raggiungiamo la Medina, Fabio ci racconta di Ben Ali, il despota che ha condotto sul lastrico la Tunisia e che è fuggito in Qatar con la moglie e un cospicuo tesoro. E’ scappato a seguito della recente sollevazione popolare che in un sorprendente effetto domino ha coinvolto i paesi del nord Africa. Ha invece un buon ricordo del suo predecessore, un uomo che alla morte viveva ancora nella casa del padre e che in vita aveva tanto insistito sull’istruzione. Diceva che il vero nemico non era la Francia, che nel 1881 li invase, bensì l’ignoranza. I francesi ci sono ancora, nelle scuole e nei rapporti commerciali. La Tunisia possiede svariati chilometri di costa e in questa fascia climatica tra il mare e il deserto, che occupa la stragrande maggioranza dell’intera superficie, crescono fiori, tanti fiori, più rigogliosi e profumati che nel sud della Francia. Da essi ricavano distillati che vengono venduti all’ex madrepatria, dove poi diventano i profumi che tutti conosciamo.

La Medina è un intrico di viuzze e un tempo era addirittura impenetrabile. Le vie più aperte sono opera dei francesi, i vicoli tortuosi sono il ricordo dell’antica città araba. Per costruirla gli arabi saccheggiarono Cartagine, ecco spiegato il motivo per cui oggi la vecchia ‘città nuova’ appare spoglia, considerato che era sterminata. Nei muri di tufo della Medina, Cartagine continua ad esistere. E’ protetta dall’Unesco.

Le vie sono strette e sinuose per ostacolare il vento del deserto e favorire l’ombreggiatura. Fabio ci mostra le porte chiodate, che indicano l’accesso a una dimora umile o signorile, non ha importanza. Le porte chiodate presentano quattro battenti (il battente per eccellenza in Tunisia è la manina): in alto a sinistra bussa l’uomo, così la donna lo sa e si copre capo e viso prima di aprire; in alto a destra bussava chi arrivava a cavallo; in basso a destra bussano donne e ragazzi; è l’ingresso quotidiano ed è piuttosto basso, si è costretti a piegarsi per passare, in pratica ci si inchina nel varcare la soglia quale segno di rispetto nei confronti del padrone di casa. L’intero portone si spalanca unicamente in occasione di eventi felici, come la circoncisione. E su queste parole qualcuno del gruppo inorridisce. Scherzosamente Fabio ci dice che in basso a sinistra bussa la suocera. La suocera torna nei suoi racconti quando parla dell’hammam, luogo frequentato da uomini e donne separatamente e a giorni alterni. Quando ci sono le donne la porta resta socchiusa, così che le madri dei maschi possono sbirciare all’interno e scegliere la futura sposa.

A capo della comunità islamica c’è l’imam che dirige anche la scuola coranica; è in pratica colui che dice messa. Ma a radunare i fedeli ci pensa il muezzin e non le campane. Un tempo egli saliva in cima al minareto, il campanile, e con la sua melodia monotona richiamava il gregge all’ovile. Oggi si esprime attraverso un altoparlante, si risparmia rampe e rampe di scale.

Girare per la Medina è un incubo. Ti circondano e sono determinati a venderti di tutto. Fabio, che è un volpino, ci guida attraverso uno shopping di qualità. Iniziamo dal distillatore di essenze. La bottega suggerisce l’acquisto di estratti che sono la base di profumi costosissimi, mentre le sue essenze sono a buon mercato e di sicuro effetto. Proseguiamo per la bottega degli ebrei, che hanno sì prodotti di un certo livello, però sono asfissianti quanto quei poveracci per strada. Fabio ci dice inoltre di nascondere gli acquisti che facciamo da loro perché sono malvisti dal resto della comunità. E’ un problema antico, dove ci sono gli ebrei ci sono problemi. Finiamo con la sfilata dei tappeti. Notevoli. Morale: abbiamo comprato essenze per cuccare, due tuniche per ricordare l’estate e un tappeto sul celeste, come la città di Tunisi, e usciamo esausti dalla Medina.

Sulla via di Cartagine passiamo accanto a un vasto lago che divide in due la città. Sullo sfondo sorge un monte che è il primo della catena montuosa dell’Atlante, che arriva fino al Marocco.

Carthago delenda est. Poco distante da Tunisi, in località Zama, i romani stesero la parola fine su Cartagine, la ‘città nuova’. Ci vollero tre sanguinose guerre per avere la meglio e l’imponente città dei Barca venne rasa al suolo, vi sparsero simbolicamente il sale e l’abbandonarono. Poi tornarono e la ricostruirono. Sono visibili i resti delle terme di Antonino e dell’acquedotto di Adriano. Anche se la mitica Cartagine di Annibale è solo un ricordo scolastico e si perde nelle sabbie del tempo, è comunque emozionante trovarsi quaggiù.

Verso il ritorno passiamo accanto alla chiesa sconsacrata dedicata a San Luigi dei Francesi, Luigi IX, morto qui di dissenteria durante un andare o un venire da una di quelle terribili quanto inutili crociate.

BIENVENIDOS EN LAS BALEARES!

Ho vissuto a Mallorca un anno, abitavo a Palma, in periferia. Tornare è stato piacevole, per nulla deludente. Insomma, avrei potuto trovare una Palma opaca che non avrebbe retto il confronto con la Palma che ho vissuto a 20 anni quando lavoravo per Alpitour. Che bella sorpresa, invece!

Scendiamo per un tour ‘fai da te’ e facciamo stancare mamma, così pensiamo bene, per il giorno dopo, di comprarle un giro della città, visto che Barcellona si prospetta una visita impegnativa e per di più fa caldo.

Con un bus di linea raggiungiamo l’Avenida Jaime III, un lungo viale di negozi di lusso dove assistiamo a uno scippo.

Due sposini MSC in luna di miele ci si affiancano per un po’. Non sanno cosa vedere e non hanno una cartina.

Percorriamo un giardino e passiamo accanto al palazzo arabo dell’Almudaina, per arrivare alla Cattedrale in cui lavorò Gaudì e all’interno ne ritroviamo facilmente traccia. Seguiamo l’itinerario della città vecchia che ci porta ai bagni arabi e ai palazzi dalle ricercate facciate moderniste. Attraversiamo la Plaza Mayor e scendiamo per vicoli fino alla zona più antica, il rione del porto, dove ci imbattiamo in alcuni mulini a vento. Il Paseo Maritimo è puntellato di locali, è il cuore pulsante della città, perciò torniamo alla nave, mangiamo al buffet, lasciamo mamma, e io e Vito usciamo di nuovo per gustarci la serata. La nave ripartirà a mezzanotte e a bordo, in piscina, c’è una festa, ma preferiamo restare fuori a goderci le luci di Palma.

BARCELONA, la bella catalana.

Prima di partire ero stata in biblioteca a rifornirmi di mappe e avevo scaricato da Internet alcune informazioni utili fornite da una crocierista. La signora in questione scriveva che la famosa Rambla era a due passi dallo sbarco, invece io, Vito, e gli altri non abbiamo trovato l’indicazione di una fermata del bus e abbiamo seguito quella per il centro, che ci ha portato su un ponte interminabile e ancora più in là. Alla fine siamo arrivati alla colonna che sorregge il nostro Colombo che indicava la direzione contraria alla nostra. Eccoci arrivati, ma che fatica! Dunque la signora era sbarcata qua e non là. Vabbé, al ritorno prenderemo l’autobus, ci siamo resi conto che la fermata c’era. Intanto ci incamminiamo per la celebre Rambla, il largo viale che al centro è percorso da una zona pedonale su cui si incontrano vari artisti di strada. Ci spingiamo nel Barrio Gotico, scopriamo la Cattedrale, il variopinto mercato de la Boqueria e facciamo il biglietto giornaliero per metro + bus.

Partiamo a cercare Gaudì, il visionario architetto che ha fatto tanto per Barcellona, ha concluso poco e niente, ma è soprattutto grazie ai suoi arditi progetti che oggi la città catalana per eccellenza pullula di turisti. Le case Morera, Amatller, La Pedrera e la più famosa di tutte, la Battlò, sono vicine, tre di esse si toccano. La Sagrada Familia si trova all’uscita della metro e pare uscire da un sogno. La chiamano la Cattedrale di Sabbia e corre voce che non la finiranno mai. Il Parc Guell richiede invece sacrifici umani. Usciti dalla metro non percepiamo la reale distanza che ci separa dalla sommità di una collinetta su cui sorge l’ambizioso parco e quindi ci incamminiamo e non arriviamo mai. Finalmente ce la facciamo e scopro che quello che ho visto spesso nei film non è poi così monumentale come mi aspettavo. Avete visto, che so, Vicky Christina Barcelona di Woody Allen? La scalinata sembra molto più larga e non è così. Ci sono la salamandra, che si ritrova in ogni negozio di souvenir; la sala delle cento colonne; e sul panorama si snoda la panchina ondulata, celebre per il mosaico che la ricopre. Il folle disegno di Gaudì prevedeva la nascita di una ‘città giardino’, ma alla sua morte erano sorti soltanto due edifici, di sessanta che dovevano essere, e questo piccolo, stravagante parco. Troviamo un posto all’ombra e consumiamo un pasto acquistato al mercato della Boqueria. Per tornare indietro usiamo bus, metro e con la funicolare saliamo al panorama del Montjuic, ma resta poco tempo e facciamo ritorno alla nave. Distrutti.

MARSEILLE

A Marsiglia ci accompagna Carmelo, guida eccezionale.

Marsiglia si trova nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra, dipartimento n. 13. E’ suddivisa in 111 quartieri e vi si contano oltre un centinaio di nazionalità differenti. E’ la città più antica di Francia, Massalia, fondata dai greci focesi nel 600 a.C., e si contende con Lione il titolo di seconda più grande.

La zona del porto è in fase di riqualificazione, poiché anche in tempi recenti non godeva di una buona fama. Marsiglia vive attorno al suo attivissimo porto e ne mostra evidenti i segni. Il progetto per far sì che nel 2013 potrà essere degna di portare lo scettro di capitale culturale si chiama euro-mediterraneo e i lavori sono in corso ovunque.

Le isole di fronte alla costa sono dette del Frioul e la più famosa è le Chateau d’If, su cui sorge per l’appunto una fortezza del XVI secolo, fatta erigere dal re Francesco I a difesa della città. Ma la sua fama si deve al romanzo di Dumas, il Conte di Montecristo, che vi ambientò l’inizio della sua storia, in parte vera.

Il piatto tipico è la bouillabaisse, una zuppa di pesce; Carmelo ce la ricorda mentre percorriamo in autobus la zona del vecchio porto e ci dirigiamo in alto, su una collina che domina la città. Anche questo era un punto strategico e un tempo vi sorgeva una fortezza, ma poi vi edificarono un’abbazia, Notre Dame de la Garde, sulla collina appunto ‘della guardia’. Si presenta in stile neo-romanico-bizantino e contiene numerosi ex voto; alcuni sono appesi al soffitto e scendono discreti al centro della scena: modellini di aerei, imbarcazioni… davvero curiosi.

Tra i prodotti locali come non ricordare il sapone di Marsiglia, che sprigiona le sue benefiche virtù solo al 72% di concentrato effettivo, mentre i mitici campi di lavanda, celebrati dai pittori e dalle cartoline, si trovano sulle alture della regione e in questa stagione il raccolto è già avvenuto.

Ci spostiamo ad Avignone, il pezzo forte della gita, e Carmelo ci rammenta della presenza del Maestrale, vento impetuoso di NO che soffia implacabile su queste terre, ma non oggi che è una magnifica giornata.

Il centro storico di Avignone, la Città dei Papi, è cinta da mura medievali. Subito vediamo il famoso ponte: Sur le pont d’Avignon, on y danse… recita una celebre canzone per bambini. Il ponte si interrompe alla quarta arcata e un tempo si estendeva su ben 22 di esse che coprivano entrambi i bracci del Rodano, che qua si divide attorno a un’isola.

Carmelo racconta cosa avvenne, perché il papa, a un certo punto, lasciò Roma per Avignone e perché scelse proprio Avignone. Era il 1305, il papa era Clemente V, detto il papa itinerante, era francese e si recava sovente nelle sue proprietà nel sud della Francia. Ora, in Italia si era in pieno fermento, i Guelfi e i Ghibellini non si concedevano tregue e Roma era diventato un posto pericoloso per il rappresentante di Dio. Il re capetingio ambiva ad averlo vicino a sé e non perché fosse un fervente devoto. Avignone apparteneva ai possedimenti dei conti di Provenza, i d’Angiò, e il suo ponte era l’ultimo prima della foce del Rodano, pertanto era di incredibile importanza per il traffico delle merci. Con il re da una parte e i conti, anch’essi devoti al papa, dall’altra, Avignone si presentò come una roccaforte inespugnabile per il debole pontefice.

Era un piccolo paese, ma arrivarono i papi e edificarono un palazzo. Ad uno ad uno apportarono modifiche e aggiunsero ali, chiamarono architetti e artisti. Il palazzo dei papi crebbe sontuoso. Ma i papi non vi soggiornarono soli, lo seguirono i cardinali con il loro codazzo: una cinquantina di persone a testa. Trattandosi di un piccolo paese non c’era posto per tutti, quindi soltanto cinque di questi fecero costruire dimore attorno al palazzo e gli altri si sistemarono al di là del ponte.

Nel 1309 Giovanni XXII adottò un valido regime fiscale. Benedetto XII chiamò alla sua corte persino Simone Martini. Clemente VI, il nobile, fu colui che più peccò di superbia. Innocenzo VI concluse le grandi opere e Urbano V si ritagliò uno spazio per un orto. Di lui si ricorda il primo tentativo di tornare a Roma, ma vi riuscì Gregorio XI con l’intercessione di santa Caterina da Siena. A quel punto Roma voleva un papa italiano, erano stati tutti francesi a Avignone, ma i francesi si opposero e continuarono ad eleggere antipapi per un certo periodo, finché il Concilio di Costanza pose fine al grande scisma d’occidente. E l’ultimo antipapa s’era barricato nel palazzo e non se ne voleva andare e temeva un attacco. Il palazzo all’epoca era circondato da quelle principesche dimore cardinalizie che lo accerchiavano e ne coprivano la vista, perciò le fece abbattere, tutte quante.

Dove non arrivò l’ultimo degli antipapi, arrivarono i rivoluzionari. Non resta quasi nulla all’interno del palazzo, hanno cancellato, distrutto, bruciato, mutilato statue (testa, mani e piedi), eliminato ogni riferimento al potere temporale della Chiesa.

Carmelo ci spiega infine la reale differenza tra romanico e gotico. Essa sta nella distribuzione delle forze: nel romanico scarica sui muri e nel gotico sui pilastri a fascio. Questi, alti e slanciati, presentano un inevitabile punto critico che causerebbe un crollo della struttura se non efficacemente puntellato. Così ricorsero ai gentili archi rampanti, affatto sgraziati, che svolgono la loro precisa funzione dall’esterno.

Carmelo ci ha guidato per ambienti vuoti eppure siamo riusciti ad immaginare lo sfarzo di quei giorni lontani grazie al suo coinvolgimento.

Prima di tornare è prevista una sosta per il pranzo e lo shopping. La piazza dell’orologio è carina ed è gremita di brasserie. Al Café de l’Opéra si mangia davvero bene, ma ricordatevi di ordinare della semplice acqua in caraffa e non la minerale in bottiglia che costa sei euro.

La Marsigliese, l’inno nazionale francese, nacque a Strasburgo e non a Marsiglia. Il titolo originale era ‘La Canzone dell’Armata del Reno’ e molti dei soldati che difendevano i confini del regno erano di Marsiglia. Furono questi 600 soldati che si tolsero le uniformi dell’esercito per indossare quelle dei rivoluzionari e si misero in marcia verso Parigi intonando più e più volte questa canzone. Associata allo spirito della madre di tutte le rivoluzioni, la Canzone cambiò nome per sempre.

I Lombardoni.

I Lombardoni sono individui pasciuti, pigri e un po’ corti di cervello. I pochi neuroni vengono da essi impiegati per uno scopo: nutrirsi. In maniera sconsiderata. Ho assistito con orrore al riempimento di vassoi oltre misura. Ho visto cialde ricoperte da tonnellate di panna montata versata con cupidigia. I Lombardoni non si rendono conto che il loro scorretto stile di vita mina per sempre la salute dei loro cuccioli. Ne ho osservati alcuni coi piatti straripanti di patatine, wurstel e hamburger. Mangiare per il gusto e non soltanto per necessità ci sta, ma il Lombardone esagera. Vorrei proprio sentire cosa risponderà a colui che per primo gli domanderà: com’è andata la crociera? Di sicuro gli parlerà del cibo. Le persone grassottelle sono simpatiche e felici, il Lombardone è invece pericoloso per sé e per chi lo circonda.

The Italian Family.

Sono i nostri coinquilini al tavolo 966. Sono più italiani di quanto vogliano far credere. Dicono di aver dimenticato l’Italia e l’idioma, eppure si esprimono in maniera corretta e disinvolta. Non vedono la tivù italiana, ma ne conoscono programmi e personaggi. Non seguono la nostra politica e ne discutiamo come se avessero appena guardato il notiziario. Il loro figlio ha una passione per il babà e i cannoli siciliani. Con loro condividiamo piacevoli momenti conviviali.

Le foto.

Non ne acquistiamo neppure una, perché non ci piacciamo.

I ristoranti a tema: Ci sono: il Tex-Mex…. e basta.

Le mise alle serate di gala.

Si raccomandano tanto di presentarsi in giacca e magari in cravatta e poi, come di consueto, assistiamo a un’assurda sfilata di: righe e scacchi; improponibili abbinamenti di colori; tessuti da bancarella e sarebbero giustificati perché sono stranieri?! Va bene, ho capito, anch’io potrei vestirmi in quel modo, alla fine nessuno oserebbe redarguirmi per questo, però non me la sentirei, non me la sentirei proprio… Beati gli stranieri, non tutti, coloro cioè che se ne fregano della moda e dell’eleganza. Beati loro!

Il programma del giorno.

Fitto come le nebbie di Avalon. Ma a noi interessa poco così.

La Visa.

Per essere certi che pagherò, dal momento che gli fornisco i dati della mia Visa, chiedono continuamente autorizzazioni alla banca: 100 euro alla volta, al che vado a chiedere spiegazioni e me le danno. Aspetto l’estratto conto, ma è tutto regolare.

Enzo, il direttore di crociera.

Biascica le lingue occidentali principali senza cambiare intonazione e controllare ogni tanto ‘come si dice’, ma ispira simpatia. Mia mamma non lo capisce, secondo lei parla solo ed esclusivamente in spagnolo. Olé!

L’acqua, un bene prezioso.

Ci sono spese che a posteriori bisognerebbe evitare, perché stonano. Sarebbe meglio includere nel pacchetto della vacanza almeno una bottiglia d’acqua ai pasti ogni due/tre persone.

Altre zone della nave.

La biblioteca, l’internet point, the meeting room, the cigar lounge, the poker room.

Colore dello sbarco: Celeste 3. Erano finiti i colori?

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