La nostra vacanza in Sicilia occidentale dal 10 al 19 giugno 2010.

Anita, Emilio, Simona e Vito a San Vito Lo Capo TP.

10/06/10

Il volo Ryanair da Ancona Falconara Marittima a Trapani Birgi dura all’incirca un’ora. L’aereo è nuovo, la tratta è fresca di inaugurazione. Atterriamo su una pista a poca distanza dal mare, battuta da un forte vento caldo. Le previsioni dicono che la colonnina di mercurio salirà. Ritiriamo la Panda (bianca) alla Hertz e partiamo alla volta di San Vito Lo Capo, dove ci attende un appartamento grande e dotato di tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Perfetto. Siamo in Via del Mulino 42. Facciamo la spesa al Giardino delle Delizie lungo la stessa strada. Hanno tutto o quasi, c’è poca scelta a dire il vero; la qualità di frutta e ortaggi è scarsa. Lo chef è Vito e non trovando la ricotta opta per la pancetta. La prima cena è pasta al sugo con la pancetta e Emilio ha subito qualcosa da ridire. Parlando, conversando amabilmente con una sciamana erborista riminese, ha saputo che deve mangiare ciò che offre il luogo in cui si trova. Questo per sottolineare il fatto che se si è al mare si deve evitare la mucca, il maiale e preferire il pesce, le verdure, okay? Nel dopocena facciamo un giro per il paese e ci rendiamo conto che presto, nel pieno dell’estate, ci sarà un bel po’ di gente, visto il numero di banche presenti lungo l’arteria principale e i negozi di abbigliamento nei quali abbondano le marche costose. C’è poca pressione dell’acqua in casa, il problema è comune; a volte sembra di essere in camper. E’ solo una questione di abitudine.

11/06/10

“Qui si fa l’Italia o si muore”, disse Garibaldi. Pare che non sarà una bella giornata di sole. Ma come? Le previsioni dicevano il contrario! Partiamo alla volta di Calatafimi, dove avvenne il primo scontro tra i garibaldini e l’esercito borbonico. Garibaldi e i mille sbarcarono l’11 maggio 1860 a Marsala, esattamente 150 anni fa, e sul luogo in cui si verificò la prima battaglia, il 15 maggio, sorge un sacrario chiamato Pianto Romano che conserva foto, ossa, documenti inerenti all’accadimento. L’uomo che abita sulla collina a due passi dal monumento ci apre e ci racconta quanto avvenne e dove e come. Ci informa che non lo paga nessuno per questo servizio, così gli lasciamo 5 euro. Il sole si fa sentire. Andiamo a Salemi e passiamo per Vita. Qui, all’ingresso del paese, Emilio lascerà un rimpianto: non essersi fermato in curva, pericolosa, per fotografare le case vecchie di un paese non rinomato, ma che in lui accende una fantasia cromatica. Noi tre ci opponiamo fermamente affinché non si fermi, praticamente urliamo. Ma non ce lo perdonerà. A Salemi saliamo sulla coppa del paese, su cui domina il castello arabo normanno. In questo luogo fu piantata la prima bandiera italiana; italiana già lo era per i colori. Io e Simona ci prendiamo un’insalata; Vito e Emilio oltre all’insalata un arancino ciascuno. Sensazioni, percezioni: il vento è arido; il cielo è beige, lo stesso colore del tufo, di Vita, Emilio, te la ricordi? Sui tetti a terrazza ci sono le cisterne per la raccolta di acqua piovana; l’anno è iniziato in maniera anomala; qua, come nel resto d’Italia, è piovuto molto; gli anziani dei paesi hanno trascurato l’igiene orale e hanno incontrato poco il dentista; i tratti somatici derivano dal nord Africa, sono punici, sono svevi e normanni e di quest’ultimi rimane indelebile il colore degli occhi, alcuni li hanno di un blu splendente; sono persone gentili, ospitali. Ci aspetta Segesta, la città degli Elimi, la rivale di Selinunte. A Segesta acquistiamo un biglietto costoso: 9 euro a persona, perché oltre al tempio, che si trova sopra il parcheggio, si visitano anche il teatro e i resti della città, raggiungibili però in bus (a pagamento) e volendo anche Selinunte, ma Selinunte è a sud di Mazara e girovagare tra le rovine sotto un sole impietoso non è il caso. La beffa è che spendiamo 36 euro per stare all’ombra, si fa per dire, di un tempio antico (comunque è affascinante starsene un po’ all’ombra della storia, sforzandosi di immaginare gli Elimi muoversi attorno a un edificio sacro di estrema rilevanza, con i loro pensieri, le loro aspettative); dopo aver superato il controllo biglietti senza controllore (ecco la beffa!), riusciamo almeno a rivendere 2 biglietti a un prezzo scontato, meglio di niente. Di ritorno sosta a Castellammare del Golfo, emporio e porto degli Elimi. Ci informiamo sulle imbarcazioni che escono ad esplorare la costa della riserva dello Zingaro. I prezzi ci sembrano un po’ cari. Ci andremo prima a piedi; verificheremo poi se varrà la pena comprare un’escursione. Bella la scena al porto: le piccole barche dei pescatori, colorate, sono gusci di noce, hanno strisce colorate lungo i fianchi e nomi che evocano una persona cara, la luna, le stelle e il mare. Questi paesi sono asciutti, scarni. Ulteriore sosta alla spiaggia di Guidaloca: non emozionante. L’acqua è gelata. Poi a Scopello, alla vecchia tonnara, dove scopriamo un angolo meraviglioso, privatizzato, quindi parzialmente accessibile ai più che desiderano farsi un bagnetto nell’acqua smeraldina, chiazzata da pozze di colore turchese. Due faraglioni affiorano dall’acqua prospiciente la cala privata; vi si aggrappano i fichi d’india; sono sorvolati dai gabbiani, come aquile, maestosi, imponenti, sono i re dell’aria sopra il mare. I fichi d’india conferiscono un aspetto umano al faraglione più grande: ha i capelli, gli occhi, il naso, i baffi, fa una smorfia, ha un’espressione accigliata. Dalle sommità i gabbiani dispiegano le ali e si lanciano, sfruttano le correnti ascensionali, atterrano con disinvoltura, poi si voltano a scrutare l’orizzonte come capitani di un transatlantico; allungano il collo, alzano il becco e gorgheggiano. E’ un richiamo; si radunano in fretta, gli basta un attimo per organizzarsi. Cosa avranno di così urgente e improrogabile da dirsi? La roccia è tufo striato di giallo, bianco e marrone, talvolta nero; è ingentilita da cespugli bassi, diversi e odorosi; è macchia mediterranea dolce e saporosa. La roccia presenta tagli profondi, zone buie, in cui trovano rifugio gabbiani, rondini, pipistrelli e chissà cos’altro. Emilio sostiene che forse è meglio così; se certi luoghi restassero aperti a tutti, nessuno se ne occuperebbe e presto diventerebbero uno schifo. Alle 18.30 chiude e ce ne andiamo in paese. Salendo notiamo la sovrabbondanza di graziose ville e villette, alcune in posizione privilegiata; non disturbano il paesaggio; secondo Simona appartengono, le più esclusive, a personaggi più o meno noti, comunque facoltosi. Facciamo la conoscenza del cappero in fiore, pianta robusta, rigogliosa; il fiore è gentile, bianco e lilla, gonfio e leggiadro. L’ibisco è generoso, gli uliveti abbondano; non è stagione di agrumi maturi. Facciamo una chiacchierata con una ragazza che vende escursioni in mare. Discende dagli arabi; ha i capelli neri e gli occhi verdi, l’incarnato olivastro e il suo ragazzo discende dai normanni; ha i capelli biondo rossicci e gli occhi chiari. L’araba e lo svevo: una bella coppia. Dopo tanto sole scende la serenità al tramonto sui paesi; si distende, smorza il calore. C’è un matrimonio. Gli invitati sono troppo scuri. Loro sono scuri, di incarnato, perché insistere col nero? E’ quasi estate, perché preferire l’oscurità alla luce? Gli sposi sono giovani. Lei indossa un vestito semplice, è bassa ma ha un tacco 20? Suo marito è scadente. Alcune invitate hanno scelto altri colori e soluzioni leggermente complicate. C’è quella che ha il fisico filiforme e si strizza dentro un vestitino mozzafiato, che a ogni passo sale, sale e lei lo afferra e lo rimette a posto. E quello sale, sale.. Ce ne sono altre a disagio con la stola, le spalline che scendono, le gonne lunghe che danzano e si intrecciano tra le gambe, perché a fare la spesa con la stola e la seta non vanno e capiamo che si tratta di nozze popolari. Specialità culinaria che non assaggiamo: il pane cunsato, che è un panino farcito con olio, formaggio, acciughe e pomodoro. Per cena passiamo in gastronomia e compriamo del cous cous di pesce, la caponata, di cui Emilio si invaghisce perdutamente; pane, melone, arancini, quelli classici: prosciutto cotto e mozzarella. Si gioca a scopone scientifico: uomini contro donne. L’evento si ripete la sera stessa e nelle serate seguenti. Viviamo momenti tesi, ma sopravviviamo. Presto emergono alcune lacune. Come spiega Emilio, io e la Simo vivremmo bene a Venezia. Ah! Ah!

12/06/10

Sulla strada per Palermo si passa per Capaci, su quel tratto di autostrada che la mafia fece saltare in aria per eliminare un personaggio scomodo. E’ storia recente, ce la ricordiamo bene. Due monumenti, sui due lati dell’autostrada, ricordano i nomi di chi morì con Giovanni Falcone e sua moglie. A Palermo parcheggiamo nei pressi del Teatro Massimo e mettiamo i soldi nel parchimetro, ma Cesare gli darà un’occhiata particolare e se non rientreremo in tempo ci penserà lui. Al ritorno è implicita una ricompensa. Trovo un negozio Tim e faccio sistemare il mio cellulare. La sera prima ho pasticciato col pin e l’ho mandato in tilt. I due uomini non trovano requie coi dolci e li assaggiano di continuo, rasentano la fissazione. La scusa principale è che quando gli ricapita? Un abitante, che incontreremo martedì 15 a San Vito in occasione della festa del patrono, ci racconta che quelle belle palme alte di Palermo hanno subito l’attacco di un parassita che le ha rovinate. Quando era ragazzo li mangiava quei datteri, ma non sono dolci come quelli che crescono in Africa. Anche le banane sviluppano da queste parti, ma né datteri, né banane giungono a completa maturazione, sono un filo indigesti. Le palme da dattero fruttificano dopo tre anni e possono vivere fino a trecento anni. Visitiamo la cattedrale, imponente, pare un castello. L’interno non è stupefacente come l’esterno. La protettrice di Palermo è santa Rosalia. Rosalia, la rosa senza spine, visse nel XII secolo a Palermo; era una nobildonna presso la corte di re Ruggero. Declinò una richiesta di matrimonio importante presentandosi con le trecce tagliate. Si allontanò dalla corte; trovò rifugio in una grotta, che divenne luogo di pellegrinaggio, e vi morì all’età di 37 anni. Divenne la patrona in occasione di un’epidemia di peste che a Palermo fu scongiurata grazie a lei. Rosalia apparve in sogno a un uomo comunicandogli dov’erano sepolti i suoi resti. Furono portati in processione e la città fu salva. Visitiamo Palazzo dei Normanni, oggi sede del parlamento della regione. Alcune sale sono interdette al pubblico, ma quelle che vediamo trasudano storia; passando da un ambiente all’altro si ha l’impressione di sfiorare i fantasmi, tanti fantasmi in costume; lo stesso salendo l’ampia scalinata che conduce al piano regio. Re Ruggero è il re normanno più celebrato. Fu lui a scacciare gli arabi e a ripristinare la religione cristiana. Consumiamo un menu turistico, roba contata ma sufficiente e torniamo nel Palazzo a visitare la Cappella Palatina; prima non si poteva, vi celebravano un matrimonio. E’ latina e bizantina, un trionfo di mosaici, di oro, didascalica, dedicata ai santi Pietro e Paolo. Ritroviamo lo stile nella chiesa della Martorana e per caso riusciamo a sbirciare all’interno della chiesa di fronte, che è san Cataldo, che è sempre chiusa, ma che troviamo aperta perché vi si officia un matrimonio. Si sposano tutti, ma proprio tutti! E questi, di san Cataldo, hanno una marcia in più! Un altro matrimonio lo sorprendiamo a san Domenico. E’ terminato e i colombi viaggiatori bianchi sono già pronti. Facciamo la conoscenza del loro proprietario; ci dice che questo animale torna sempre dov’è nato. Quando vengono liberati, prendono la stessa direzione, svoltano a un angolo e spariscono in un attimo. Ci inoltriamo lungo via Maqueda, crocevia multietnico, e dentro il mercato Ballarò tra via Tukory e Casa Professa. Riposiamo nei giardini di villa Giulia. Concludiamo la visita al capoluogo al Renzo Barbera, lo stadio del Palermo, ma è chiuso. Poi ci fermiamo a un supermercato sulla strada e nonostante si mostrino tutti molto gentili, ancora una volta frutta e verdura sono deludenti.

13/06/10

E’ domenica e scegliamo il mare di San Vito; evitiamo di andare troppo in giro visto che la domenica vanno tutti a spasso. Dunque, riflessione. Secondo me se si trova ancora della spazzatura in giro, la colpa è da attribuire ai locali e non ai turisti. Noi siamo già abituati alla raccolta differenziata e abbiamo già sviluppato una coscienza ecologica, nonché il rispetto per gli animali domestici per eccellenza: cani e gatti. Comunque qua la raccolta differenziata si fa e funziona, almeno nei paesi, e tutto sommato, anche se ancora i cani vengono abbandonati con facilità e una campagna di sterilizzazione mi pare lontana mille miglia, forse è preferibile adottare i migliori amici dell’uomo a distanza, che rinchiuderli in canili lager; in tivù se ne vedono tante… Finché non saranno in grado di offrirgli un tetto come si vede, è meglio che continuino a vivere come facevano in altre epoche; come una volta, insomma. Torniamo alla domenica al mare di San Vito. Il cielo è fosco, il mare è agitato, l’acqua è fresca, trasparente; la sabbia è bianca. Vito e Emilio accettano il massaggio plantare ad opera di due fanciulle del sud est asiatico alla modica cifra di 5 euro. I nord africani e i quasi indiani, che più tardi venderanno la loro merce alle bancarelle, passano ora tra i filari di ombrelloni e lettini a vendere roba da mare e chincaglieria. Un curioso bacarozzetto si aggira inconsapevole sulla sabbia. A pranzo andiamo a mangiare a casa: pasta pomodoro e ricotta, olive verdi all’aglio e frutta. Il pomeriggio torniamo, ma è peggio della mattina: il vento gelido (almeno per me) si è placato, però i colori della giornata si sono spenti. Per passare il tempo giochiamo alle parole crociate, in pratica ci dividiamo un cruciverba e lo risolviamo a squadre. Non lo completiamo perché abbiamo dei limiti e perché il desiderio di truffare il prossimo è irresistibile. E’ ora di cena. Dopo lo struscio è tornato il sole e noi mangiamo: insalata mista, arancini, caponata, frutta, dolci di ricotta, arancia e pistacchio. A conti fatti la Sicilia a tutt’oggi non c’ha preso come ci aspettavamo. Continuo a parlare del paese, tanto la domenica finisce così. Il paese visto dall’alto sorge isolato sulla punta di un’estesa lingua di terra montuosa che si protende nel mare fresco e limpido della Sicilia occidentale. Così si creano ambienti naturali magici. La piana di Macari è un esempio; andarci al tramonto è un’esperienza unica. Qui il monte che casca nell’acqua si chiama Cofano, mentre quello che separa San Vito dalla riserva dello Zingaro è il Monaco, dalla sagoma: sembra una persona vestita con abiti pesanti, potrebbe essere appunto un monaco, che in ginocchio prega a mani giunte. Molti esercizi commerciali hanno riaperto da poco. In agosto qua c’è il mondo! All’ingresso del paese c’è una cappella di forma gotica e araba dedicata a santa Crescenzia, la sorella di Vito. Per scacciare la paura si gettava un sasso all’interno. Ci sono tre fili sospesi nel nostro scoperto e su uno di questi è attiva una vera strada a due sensi di marcia di formiche. Vito sistema un biscotto, lo appende e attende. Ci metteranno un po’, ma sapranno aggredirlo a cominciare dalla granella di zucchero che lo ricopre. In casa ci sono: una cucina grande e fornita dell’indispensabile; tre stanze di cui due matrimoniali, ma i letti sono di più; un bagno grande. Fuori: un dondolo; due tavoli; un piano di lavoro; tre fili per stendere ma uno è inservibile; un lavandino profondo; una lavatrice. Lo scoperto è più che sufficiente e la sera ceniamo fuori dopo esserci spalmati il gel anti zanzara.

14/06/10

Il tempo appare ancora incerto e boicottiamo la spiaggia mentre Emilio borbotta e noi siamo un po’ infelici perché non abbiamo trovato quella certa magia. Andiamo a Marsala, alle cantine Florio. L’aeroporto di Trapani, in località Birgi, è intitolato a Vincenzo Florio, il capostipite. Ci fa da guida Caterina, bella ragazza che somiglia a Tosca d’Aquino e che, se ne accorgono soltanto i maschi sessocentrici, mostra il delta di Venere attraverso i pantaloni attillati. Ciò li scimunisce. Caterina fa da cicerone solo al nostro gruppo e ci conduce all’interno delle cantine in cui respiriamo il legno e l’inconfondibile odore del vino Marsala. L’intera struttura è un baglio, uno di quelli di un certo livello, e sorge sul mare, su un molo dal quale partiva la merce; dal baglio alla nave via teleferica. Il baglio è una classica casa siciliana, composta dalla casa al centro e le mura attorno. L’emblema dei Florio è un leone che si abbevera a un ruscello. A terra c’è il tufo ridotto in polvere, assorbe l’umidità. Il Marsala è un vino anomalo, se si considera che deve prendere aria. Caterina ci fa odorare un tappo che chiude una botte che contiene il vino del 1939, l’unica scampata a un bombardamento. Le uve utilizzate sono bianche e la più usata è la varietà Grillo. La storia. Sul finire del XVIII secolo un uomo d’affari inglese, un certo Woodhouse, trova riparo a Marsala a seguito di una violenta tempesta e qui fa la conoscenza del vino locale, al quale aggiunge l’alcol e lo rende simile al Madera, tanto che la prima volta che lo presenta lo qualifica come tale e solo la seconda lo denominerà Marsala. Era l’epoca in cui in Inghilterra arrivavano Sherry (da Jerez, Spagna) e Madera (isole Azzorre, Portogallo). Un altro inglese comincia a trafficare a Marsala, Ingram, sull’altro lato del porto. Ingram divenne proprietario dell’isola di Mothia (Mozia) e non avendo eredi chiamò dall’Inghilterra sua sorella, sposata Whitaker, gli attuali proprietari dell’isola. Vincenzo Florio nasce nel 1799 a Bagnara Calabra, non è neppure siciliano e quando vede la luce già gli inglesi detengono il monopolio del vino Marsala. E’ di famiglia ricca, sono farmacisti e finiscono a Palermo, dove hanno l’esclusiva per vendere il chinino, indispensabile farmaco per combattere la malaria. Vincenzo a Marsala apre una cantina ma la concorrenza è troppo forte e per venti anni non conclude nulla. In questo campo. Nel frattempo i soldi gli permettono di investire altrove. Ad esempio acquista le isole Egadi. Quando arriva il successo è un periodo d’oro, la belle epoque siciliana. I figli si godono il successo. Uno sposa una ragazza bellissima, che va oltre gli standard siciliani. Si chiama Franca, viene da una facoltosa famiglia di Palermo, è alta 1,74 m e ha gli occhi verdi. E’ così incantevole che d’Annunzio le dedica una poesia e il maestro Boldini lascia Parigi per ritrarla. Nasce la targa Florio, la Formula Uno nasce in Sicilia. La terza generazione subisce un brusco arresto. E’ l’epoca del proibizionismo. Da Florio a Cinzano, un triste epilogo: i Cinzano svenderanno tutto e l’industria rischierà il fallimento. La salva la Ilva di Saronno, l’attuale proprietaria. L’11 maggio 1860 Garibaldi sbarca a Marsala e si rifugia nelle cantine Florio. Una teca conserva alcuni fucili dei garibaldini che quel giorno furono là. Due anni dopo l’unità del paese, Garibaldi torna a trovare l’amico Vincenzo e su una panca di tufo rivestita di piastrelle di ceramica brindano al nuovo corso. A Garibaldi Vincenzo dedica un vino. Per aggirare l’ostacolo del proibizionismo lo si propose per uso ospedaliero, come ricostituente ne bastava una dose. Si diffuse la versione con l’uovo, perché l’uovo è energetico, ma berlo fa abbastanza schifo, quindi il Marsala serviva a mascherarne il sapore. E’ il primo DOC italiano e nasce non dolce, mentre oggi i più lo apprezzano in questa versione. Con Caterina degustiamo tre varietà e ne assaporiamo gusto e profumo. Ne acquistiamo un po’, ce lo spediranno direttamente a casa. Proseguiamo alla volta di Mazara del Vallo, la città del pesce. Sempre Caterina ci aveva indicato il ristorante Marmoreo, sul porto, ma pagare 60 euro per una mangiata di pesce, quando a Mazara il pesce è fresco e buono dappertutto, ci sembra una strunzata e ce ne andiamo intanto fuori dal porto a decidere sul da farsi. Gli uomini notano un gay: cammina come se fosse in passerella (un piede avanti all’altro) e indossa uno sgargiante cappello con visiera rosa fucsia. Li sorprenderà. E’ un ragazzo delizioso. Si chiama Giampiero, lavora al nord, fa il parrucchiere per Jean Louis David e arrotonda per diletto facendo la drag queen, occupazione di cui va molto fiero. I vestiti se li fa da sé. Ci porta dentro il cuore addormentato di Mazara, perché è ora di pranzo e non c’è anima viva. Visitiamo una chiesa sconsacrata dove il custode ci illustra la storia dell’isola, il carattere multicolore dei siciliani e dispensa curiosità sui pezzi rinvenuti al suo interno. E’ un autodidatta; ha seguito con interesse ciò che gli spiegò un professore e con calore e passione ripete ai turisti confondendoli un po’ ma sa esporre i fatti in maniera del tutto personale. Giampiero ci assicura che a Mazara lo conoscono tutti, poiché è l’artista del paese ma, tanto per fare un esempio, quell’uomo non lo riconosce. Fa niente. Proseguiamo in una bella piazza e ci fa conoscere mammà, orgogliosissima del suo figliolo. Il ristorante che ci indica il lunedì è chiuso. Giriamo e ci ritroviamo nel punto in cui ci siamo lasciati con Giampiero e mangiamo là: antipasto, crudità e grigliata. Ottimo. Per 20 euro. Sulla via del ritorno sosta alla riserva naturale dello Stagnone, con Mozia di fronte e le vasche di raccolta del sale. Il paesaggio è reso ancor più interessante dai mulini a vento di epoca spagnola. Visitiamo un centro e compriamo il sale, la moneta più preziosa per gli antichi. La gita termina a Erice, monte di 750 m di altezza a fianco di Trapani, luogo che i locali reputano ‘montagna’, dicono che fa sempre freddo. Ha un delizioso centro medievale, di tufo (tofu per Emilio, gli piace di più così), difficile da percorrere coi tacchi. Ci sorprende la cura e la presenza numerosa di esercizi commerciali, ristoranti, bar pasticcerie, alberghetti. Scopriremo che qui ha sede un centro di studi scientifici intitolato alla memoria di Ettore Majorana, fisico, voluto dal professor Antonino Zichichi. Il castello normanno sullo sperone che domina il mondo è diventato un quattro stelle e ora capiamo perché. Sorprendiamo un matrimonio di stranieri, presumiamo americani. Uno dei due ha origini ericine, quasi sicuramente lui, anche se lei è una bella mora. Gli sposi vestono semplice (lui indossa la caratteristica coppola) e si fanno portare a spasso da un carretto siciliano trainato da un mulo, mentre un cantastorie moderno in abito tradizionale allieta i pochissimi invitati (quelli di casa, per intenderci). La pasticceria del Convento conquista il gruppo offrendogli una pralina di marzapane foderata di squisito cioccolato fondente. Finalmente la Sicilia ci sta prendendo il cuore. Scopriamo che la Ericina nient’altro è che la Genovese, come viene chiamata in tutti gli altri posti. Qui il ripieno di ricotta lo incontriamo caldo. Una bontà. Il simbolo della Sicilia è la dea Trinacria e la ritroviamo ovunque: testa di medusa e tre gambe disposte a triangolo, com’è la Sicilia, a tre punte. Emilio fotografa finalmente i suoi filari in discesa veloce. Pazzo! Tu sei pazzo! Cena prenotata dal Cozzaro a San Vito per farci una scorpacciata di cous cous di pesce da scoppiare. C’è l’esordio dell’Italia ai Mondiali del Sudafrica contro il Paraguay. Finisce 1-1.

15/06/10

E’ san Vito. Lo si celebra da alcuni giorni ma oggi è il suo giorno. Vito nasce in una famiglia nobile, dove il padre è di fede pagana e la madre è cristiana. L’imperatore è Diocleziano. Presumibilmente il luogo della nascita è Mazara. Sua madre muore di parto e di lui si occupano la sorella Crescenzia e un precettore, Modesto. Il padre si intromette nell’educazione, perché il giovane viene cresciuto nella fede cristiana e cerca in tutti i modi di fargliela rinnegare. Una notte Vito fugge e si rifugia sulla costa dell’odierna San Vito. Scoperto, si imbarca ancora e scappa in Lucania. Inizia a predicare. L’imperatore lo fa catturare. Vito viene torturato e infine condannato a morire smembrato. Aveva 19 anni. San Vito è uno dei santi più venerati in Italia e nei paesi dell’Europa centrale e del nord. E’ protettore di ballerini, attori, albergatori, birrai e viene invocato contro i morsi di cani rabbiosi, contro la paura causata da un trauma, contro attacchi demoniaci, contro gli spiriti maligni, contro il fuoco, i fulmini e l’insonnia. Si va alla riserva naturale orientata dello Zingaro. Si entra da San Vito e da Scopello. Sono 7 km di sentiero aggiustato dall’uomo e percorribile solo a piedi. Si scende poi a calette favolose. Quasi impossibile descrivere quanto ci circonda e le acque in cui ci immergiamo. La roccia striata somiglia a uno spettacolo di cartapesta, tempestata di bouquet di palme da dattero, papiro, aneto, cappero e tanto altro. La macchia è esplosiva, il monte alle spalle del mare è un fondale perfetto. L’acqua. E’ la piscina degli dei nel giardino del sultano, che dire di più? Vito: “Sotto questo sole mi sento un pollo allo spiedo e c’è pure il rosmarino.” Emilio: “Ho ritrovato il fascino delle Tremiti di trenta anni fa.” Simona: “Immersa in queste acque mi sento parte della natura.” Ne percorriamo metà, torneremo. Le conchiglie più interessanti finiranno nell’acquario finto di Emilio. Nel pomeriggio a volte allo Zingaro piove. Poco, ma piove. Il monte cattura le nubi e scarica. In paese restiamo stregati dalla pasticceria Pino che fa i cannoli ancora a mano e un ripieno da leccarsi le orecchie. Pino fa questo mestiere da sempre e segue la tradizione; ha vinto un premio importante, ha energia da vendere e non ha perso con l’età il piacere di corteggiare le signore. Cena: pasta tonno e cipolla, capperi e peperoncino. La sera san Vito giovanetto approda alla spiaggia del paese accompagnato dall’istitutore Modesto e dalla sorella Crescenzia, sono figuranti. Allo sbarco sono presenti tutte le autorità possibili e inimmaginabili. Al largo passano le navi da crociera. La ragazza dagli occhi porcini, che ieri sera sedeva al banco dell’ufficio turistico e questo pomeriggio faceva le multe in veste di ausiliare del traffico, stasera è nella banda a suonare il clarinetto. Il santo, che viene portato in processione per ore per le vie del paese su un pesante catafalco, portato a spalle da coraggiosi, reca in mano una spiga o una foglia di palma, una croce e un paio di chiavi: del Paradiso o della città? Ai suoi piedi gli immancabili cani. Fuori delle case ci sono dei sedili di pietra o di legno per godere del fresco della sera e permettere la vita sociale. Per l’occasione una coppia di artisti tra gli 80 e i 90 allieta i turisti con mandolino e chitarra elettrica (!) suonando i motivi più celebri della tradizione popolare. Ogni mezz’ora sparano i fuochi d’artificio.

16/06/10

Isole Egadi: Favignana. Imbarco da Trapani con Ustica Lines. All’arrivo affittiamo due scooter e partiamo alla volta delle cale più belle. C’è un sole accecante, un vento più che fresco e un paesaggio fantastico. A Cala Rossa ci sono le meduse, è la corrente a spingerle a riva. Qui ebbe luogo un cruento scontro tra romani e cartaginesi. Al Bue Marino è difficile accedere e finire in acqua ma la vista dall’alto è mozzafiato: l’acqua è più turchese del turchese. Ci fermiamo a Cala Azzurra, un’autentica piscina. Il fondale è di sabbia bianca finissima. Si ha l’impressione di camminare dentro un paio di ciabatte di spugna nuove e di marca e in mezzo alla poseidonia, che si avvolge attorno alle gambe, pare di indossare un paio di stivali estivi, quelli morbidi che scendono alle caviglie. Gli uomini salvano un calabrone finito in acqua e gli dedicano un servizio fotografico. I cespugli ancorati alla roccia ondeggiano e sciolgono i loro colori nel vento. Nel tufo sono imprigionati resti di conchiglie e gusci di molluschi. Sulla spiaggia si sparge la polvere di corallo. Le Egadi sono famose per il tonno rosso, un animale superbo di cui bisogna avere rispetto. Sono una riserva naturale. Mangiamo al bar: tranci di pizza con pomodoro e capperi e bianca con patate. Nel pomeriggio a Cala Caccola (nome datole da Vito, poiché piccola e ignota) Emilio e Vito, ma soprattutto Emilio, si fanno immortalare dalla fotografa di moda Simonetta per un servizio che finirà tra le pagine del mese di una rivista per soli uomini. Favignana è la farfalla, la sagoma dell’isola ricorda una farfalla. Le abitazioni sono basse, i vigneti sono bassi, la vegetazione è bassa, il sole è alto, il cielo è limpido, la luce incanta le acque fresche, com’è fresca l’aria. Il centro storico si raccoglie attorno a una piazza e a una chiesa dove ritroviamo il simbolo dei Florio: il leone alla fonte. La maestosa villa sul porto e una statua ricordano i benefattori dell’isola. Sull’aliscafo del ritorno salgono anche i pendolari. Abbiamo prenotato lo sfincione alla panetteria vicino casa, fornitrice ufficiale di cibo da asporto per lo Zingaro, e lo troviamo coperto sul tavolo. E’ una focaccia soffice con sugo di pomodoro, acciuga, capperi, cipolla e formaggio.

17/06/10

Completiamo il sentiero dello Zingaro entrando da Scopello. E ci fermiamo a cala Capreria. All’ingresso c’è una torretta di avvistamento incendi 24 h su 24. Cala della Disa a metà percorso è la spiaggia che ha dato origine all’idea di creare una riserva. Scopriamo che i pesci sono dei ghiottoni quando gli lanciamo un paio di ciliegie che rinveniamo tra i sassi. Domani porteremo pane secco e biscotti. Vito gioca a fare il miracolato; scova una roccia a pelo d’acqua, ci va sopra in piedi e si guarda intorno sentendosi il re del mondo. Il mare trasparente è il palcoscenico, la sabbia di ghiaia è la platea, nel tufo retrostante ci sono i palchi, il sole è il faro che illumina gli attori, che siamo noi. I tafani ci tormentano non poco e se pungono lasciano gonfiori pruriginosi. Vito scopre una passeggiata tra le rocce. Pranzo sottratto alla solita panetteria e siccome non sono mai sazi… aumentiamo la quantità. 1 pizzetta a testa, stavolta sono 2 con mozzarella e 2 con origano; 1 solo calzone (ieri erano 2) e lo dividiamo in 4; ma abbiamo 2 cannoli con wurstel per i 2 maschi. Quando arrivano le spagnole con un ben di Dio (!) farebbero carte false per mangiare ancora e magari rubare una foto (sono a seno scoperto e sono molto giovani). Il mare si increspa leggermente e si mangia un pizzico di spiaggia. Da queste parti si mangia sempre. Emilio ce l’ha con le ‘sorche’ di mare a forma di. Ce l’ha anche coi pesci che gli hanno detto che si chiamano ‘occhioni’ e sostiene che hanno gli occhi cerchiati perché la notte trombano troppo. Il naturismo si pratica con naturalezza, ma è più che altro semintegrale, solo in un caso lo sorprendemmo integrale. Vito, Emilio e Simona trovano un passatempo: selezionano sassi e cercano un vincitore, quindi mi fanno scegliere. Vince Vito primo e secondo posto, terza Simona. Emilio non si arrende e si sposta; la zona in cui Vito e Simona restano a ruspare appare subito congestionata ed è sicuro che troverà la pietra delle meraviglie lontano da lì. A poco a poco si inseriscono i bambini. Partecipano, cooperano e coinvolgono un genitore. Alla fine Emilio non vince mai. Tre pietre interessanti da ricordare: l’occhio della Sicilia (Simona), fetta di torta cassata (Vito), cuore di pietra (Io). A Favignana abbiamo comprato la bottarga e la sera lo chef ci prepara gli spaghetti alla bottarga al profumo di Sicilia. I vicini non ben localizzati litigano ad alta voce, poi smettono. Alla pasticceria Pino si va a gustare dolci e vino. La prima volta fu un passito e stasera un moscato. Conosciamo due vigili urbani di Carmagnola. Sono agenti di sostegno e così facendo trascorrono un po’ di tempo al clima dolce della Sicilia nord occidentale.

18/06/10

Torniamo allo Zingaro, perché chissà quando ci ricapiterà di fare un bagno in acque tanto limpide! Un uomo e il suo mulo, alto quanto un cavallo, percorrono tutte le mattine il sentiero per svuotare i cestini. Lungo il percorso ci sono aree attrezzate per consumare un pic nic e dei musei: delle attività marinare, della civiltà contadina, un centro visite. Uno scrittore del posto ha dedicato una poesia al tonno rosso, splendido animale che viene ucciso nel suo momento più alto, quando risale queste acque nel periodo dell’amore. Una lucertola mi passa alle spalle e frana qualche briciola di tufo. Vito dall’alto degli scogli sui quali ama arrampicarsi ammira il carnevale. Diamo cibo ai pesci che accorrono. Sono velocissimi, sono sfumati di celeste. Con calma e pazienza vengono anche a mangiare i pezzi che gli porgiamo con le dita. Sono circospetti. Fanno bene. La sensazione del loro morso è la stessa di un morso sdentato. Abbiamo svaligiato la panetteria io e la Simo. Oggi finalmente li stronchiamo, sono pieni da fare schifo e le vivande avanzano. All’uscita c’è un gabbiano che non teme la presenza umana, accetta del cibo, ma l’albicocca non lo fa impazzire e si lascia fotografare come un modello consumato. Facciamo un giro in alto, sorvoliamo il paese per fermarlo nel tempo, per scolpirlo nella nostra memoria. Dall’alto sembra proprio un paese del nord Africa. Il particolare che maggiormente sorprende il turista affascinato è che la chiesa del santo Vito è in posizione più elevata rispetto alle case. La spiaggia è lunga e bianca. Il porto turistico non è stato ancora preso d’assalto e in fondo a questa strada, prima di scendere verso il faro, il cimitero e il lungomare, avvistiamo una villa su tre livelli; ha pure la piscina protesa verso il mare. Appartiene a Zichichi, era un centro di osservazione. Stasera dal graticcio di canne sopra le nostre teste spiamo una luna crescente a fianco di una palma. E’ un’immagine alquanto esotica. Stasera si cena con quello che è rimasto: tagliatelle con sugo, cipolla, capperi, peperoncino, pecorino, pane, vino, allegria, cocomero e caffè più la caponata di cui Emilio s’è incaponito.

19/06/10

Buon rientro a casa. Saliamo a Erice, ma sembra di arrivare in alta montagna davvero. Penetriamo una nuvola e sopra non troviamo il sole. L’idea era quella di goderci il panorama e di mangiare le praline al cioccolato della pasticceria del Convento, ma mangiamo solo quelle e ce ne andiamo. La sosta prima dell’imbarco la facciamo alla riserva dello Stagnone con l’isola di Mozia di fronte. Ci spostiamo solo di qualche metro, perché l’attività sessuale la notte qua è praticata assai e per terra c’è di tutto. Nonostante l’abbia minacciato più volte, Emilio il sequestro di sangue non l’ha avuto. Alla prossima!!! Anita

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